Boom di pensionati in Veneto: quasi 300 mila posti da coprire fra 3 anni
Atteso per il 2029 un maxi esodo di lavoratori veneti, si pone il problema della loro sostituzione. I giovani sono aumentati, ma la denatalità si farà sentire

Entro il 2030 andranno in pensione in Veneto 291 mila persone. E nel computo sono compresi anche 164 mila e 600 lavoratori privati. Il dato conferma le preoccupazioni dei settori produttivi, visto che già a giugno 2026, stando al report Excelsior-Unioncamere, il 42 per cento dei posti di lavoro scoperti aveva difficoltà a essere colmato, con un picco del 62 per cento nell’industria. Ed è anche per questa ragione che la Cgia di Mestre nella sua indagine si chiede «meno giovani, più pensionati. Chi lavorerà nel 2030? ». Una delle cartine di tornasole è nelle previsioni di fabbisogno occupazionale elaborate dal Sistema Informativo Excelsior. Secondo queste ultime il Veneto è tra le regioni in Italia con la maggiore domanda di lavoratori: nel periodo 2024–2028 il fabbisogno stimato è di circa 302 mila persone, pari a circa l’8, 3 per cento della domanda nazionale.
I numeri
Le criticità dell’uscita dal mondo del lavoro di centinaia di migliaia di persone si incrocia con la criticità della natalità. Il Veneto e il Nord Est, nella fascia d’età tra i 15 e i 34, sono in controtendenza rispetto al resto del Paese. Non perché qui gli italiani facciano più figli per specifiche politiche sulla natalità, ma grazie alla presenza degli stranieri. E anche grazie alla migrazione interna di persone che dalle regioni meridionali si stabiliscono per motivi di lavoro i Veneto.
L’aumento della popolazione nella fascia 15-34 è calcolato dalla Cgia di Mestre sulla distanza di cinque anni. Nel 2015 i giovani tra i 15 e i 34 anni erano a quota 977 mila, nel 2025 a 991 mila. Nel Nord Est erano 2 milioni e 274 mila nel 2015, dieci anni dopo erano 2 milioni e 369 mila. Diversa la situazione in Italia dove sono scesi da 12 milioni e 691 mila nel 2015 a 12 milioni e 144 mila nel 2025.
I territori
A livello provinciale, in controtendenza ci sono Rovigo (44.552 giovani nel 2015, 40.234 nel 2025) e Belluno (38.088 nel 2015, 38.016 dieci anni dopo). Uno degli aumenti più significativi si è registrato nel Veneziano: 159.223 giovani nel 2015, 163.009 nel 2025. In percentuale l’incremento è del 2,4 per cento, secondo in Veneto solo a quello di Treviso, che passa da 178.526 a 183.569 giovani. Vicenza, in dieci anni è passata da 179.680 a 181.766; Padova da 186.768 a 190.337; Verona infine da 190.940 a 194.129.
Chi uscirà
Le poco meno di 300 mila persone che usciranno dal mondo del lavoro entro il 2030 sono «per lo più di baby boomer che andranno in pensione» si legge nel report della Cgia di Mestre, «un problema già oggi difficile da gestire e che rischia di aggravarsi ulteriormente nei prossimi anni: per molti imprenditori, trovare personale è una missione quasi impossibile». A farne le spese quindi «sono soprattutto le piccole imprese, che hanno una capacità attrattiva nei confronti dei giovani nettamente inferiore rispetto alle aziende di dimensioni maggiori». Ecco perché «a livello territoriale gli imprenditori che molto probabilmente si troveranno più in difficoltà a rimpiazzare coloro che andranno in quiescenza saranno anche i veneti che “subiranno” una incidenza delle uscite dei dipendenti privati del 56,5 per cento sul totale». E se in Veneto le uscite, come detto, saranno 291 mila, a livello di Nord Est ammonteranno a 698 mila.
I migranti
Il mercato del lavoro è in sofferenza già oggi e verosimilmente potrebbe esserlo con maggiore intensità in futuro se la crescita economica dovesse uscire dalla “stagnazione” attuale. Quindi: far lavorare le persone e fare arrivare altri migranti? La Cgia di Mestre non sposa la linea che gli immigrati possano, nel tempo, colmare i vuoti occupazionali che si creeranno.
La ragione è riconducibile alla formazione. E quindi corsie preferenziali a «chi abbia frequentato un corso di lingua italiana e ottenuto una qualifica che attesti il possesso delle competenze professionali richieste dalle nostre imprese. A queste ultime, però, spetta il compito di garantire a queste maestranze un’occupazione stabile e un aiuto concreto nella ricerca di un alloggio dignitoso e a prezzo accessibile». Così come, peraltro, prevede il Piano Mattei. In sintesi: aumentare i flussi migratori non vuole dire necessariamente coprire il fabbisogno di lavoratori per le imprese venete e italiane, visto che le stesse ormai richiedono competenze tecnologiche e linguistiche. Caratteristica che rende la fascia di posti di lavoro non qualificati sempre più sottile.
Previdenza
Tutti questi elementi pongono un tema che guarda oltre i territori: il sistema pensionistico. Questa la riflessione della Cgia di Mestre: «Si porrà entro qualche anno il problema dell’entità degli importi che verranno erogati agli aventi diritto nei prossimi decenni». Quindi «ai giovani, che spesso hanno carriere lavorative discontinue e retribuzioni relativamente basse, l’Inps corrisponderà assegni contenuti, difficilmente sufficienti a garantire una vita dignitosa». Aspetto che inciderà anche negli aspetti sanitari. E «visto che fino ad ora l’adesione da parte dei lavoratori dipendenti alla previdenza complementare è stata molto contenuta, la questione va affrontata subito».
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