Venezia, gli operatori rilanciano la sfida offshore

Assosped e agenti marittimi chiedono più automazione e aggregazioni tra Pmi. La proposta punta a rafforzare i collegamenti con l’Interporto di Verona

Eva Franceschini

Un porto “intelligente” per passare da 600.000 a 2,5 milioni di Teu in tre anni, grazie alla digitalizzazione e alla realizzazione, ancora molto lontana, dell’offshore.

E’ questo l’obiettivo che hanno in mente l’associazione Imprese di Spedizione di Venezia (Assosped) e quella che rappresenta gli agenti raccomandatari e mediatori marittimi (Asamar), decise ad unire le forze per spingere le Pmi che convergono nel porto, verso l’aggregazione.

Il punto sulle priorità del porto di Venezia è stato fatto in previsione del convegno in programma per domani, all’Nh Collection di Murano. L’Autorità portuale si è già dotata di una piattaforma informatica digitale, che collega tra loro gli operatori pubblici e privati della comunità portuale e logistica (Port Community System) ma, secondo le due associazioni, la digitalizzazione va potenziata ulteriormente.

La proposta è di individuare quali siano le funzioni ripetitive presenti all’interno del porto di Venezia da digitalizzare, per poi procedere con la formazione degli addetti alla logistica.

«Il porto di Venezia ha già in sé tutte le caratteristiche per essere un punto di riferimento», dice Michele Gallo, presidente di Asamar Veneto, che aggiunge: «Il tema del porto offshore va rilanciato con fermezza, in modo da rendere l’infrastruttura un punto logistico e stabilire una forte connessione tra il porto-interporto di Venezia e Verona che, come dimensioni, andrebbero a costituire un asset di grande rilievo a livello europeo».

Il progetto, attualmente ancora in una fase embrionale nonostante se ne parli da anni, porterebbe fuori una parte delle navi, mentre continuerebbero ad entrare quelle con un pescaggio ridotto. «Nel nuovo terminal, dunque, ci sarebbe spazio per quelle con grande pescaggio e si aprirebbe il mercato a livello mondiale per tutta la val Padana», prosegue Gallo, «crescendo molto e rapidamente, in termini di volumi».

Si tratta di numeri triplicati rispetto alla portata attuale: «Si passerebbe da 600.000 teu (unità di misura dei container) a 2,5 milioni, nell’arco di tre anni», annuncia il presidente di Assosped venezia, Andrea Ormesani. Il progetto, di fatto, è ancora teorico, ma le due associazioni si dichiarano decise a porsi come interlocutrici degli attori coinvolti, dall’Autorità portuale al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, a Regione e Comune, per realizzarlo.

«Il porto di Venezia ha delle potenzialità enormi e se c’è la volontà di tutti, può diventare l’incubatore del modello di porto del futuro», prosegue Ormesani, «per funzionare bene, un porto ha bisogno di essere al centro di un sistema logistico articolato, ma completo. Attorno a noi abbiamo l’aeroporto, l’Interporto, buoni collegamenti stradali e ferroviari e l’area di Porto Marghera, che è l’ideale per sviluppare un retroporto efficiente. Venezia, inoltre, è tra i pochi porti a poter gestire ogni tipologia di traffico, dai container alle rinfuse, fino al project cargo, quello dei grandissimi carichi come elementi di raffinerie o gru industriali, e alle nuove opportunità della logistica del farmaco e dell’automotive».

Al centro delle priorità c’è anche la digitalizzazione delle operazioni: «Qualcosa è stato già fatto. La Dogana a Venezia, ad esempio, è stata riconosciuta quella più veloce tra quelle italiane e abbiamo attivato il Vpcs, il Venice Port Community System», conclude Ormesani,«che permette di interfacciare tutti i soggetti che partecipano alle operazioni. Ma questo vale il 5% di quello che si potrebbe fare digitalizzando le operazioni. Ci sono porti, all’estero, dove chi manovra le gru lo fa in sicurezza e comodità da remoto, in una control room che sembra la sala di un videogioco, e permette di automatizzare le operazioni ripetitive, migliorando la qualità del lavoro degli addetti».

 

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