La partita Porti d’Italia: le Autorità verseranno il 40% delle loro entrate

Secondo le previsioni di Assoporti, le 16 Adsp cederanno 182 milioni. Trieste sborserà 21 milioni, tenendo il 60%. Venezia il 50%: 23 milioni

Giorgia Pacino
La sede dell'Autorità portuale e, sullo sfondo, il porto di Trieste
La sede dell'Autorità portuale e, sullo sfondo, il porto di Trieste

Un impatto di oltre 180 milioni di euro sui bilanci dei territori, con il 40% delle risorse avocate a Roma.

Tanto dovranno versare, secondo le previsioni di Assoporti, le Autorità di sistema portuale a Porti d’Italia spa, la società di diritto privato a capitale interamente pubblico cui spetterà la governance del sistema in base alla nuova riforma dei porti.

La tabella, elaborata a dicembre da Assoporti e anticipata dal sito specializzato Shipmag, valuta l’impatto delle nuove regole calcolandone l’effetto sui bilanci 2024 delle 16 Adsp.

L’analisi risale a circa due mesi fa e, secondo quanto spiegato dall’associazione, «fa riferimento a una fase preliminare del dibattito sulla riforma» in cui circolavano bozze del disegno di legge «tra loro discordanti e, in alcuni casi, fuorvianti».

In base a quelle previsioni, a fronte di un totale di 454 milioni di entrate, le Autorità saranno tenute a versare complessivamente 182,4 milioni di euro, pari appunto al 40% del totale.

Le somme residue, che rimarrebbero nella disponibilità degli enti, ammonterebbero così a 271,6 milioni, corrispondenti al 60% del totale. Ma la percentuale varia anche notevolmente da una Autorità di sistema all’altra.

Si va dal 48% di risorse lasciate nelle casse dell’Adsp del Mar Ligure Orientale, chiamata dunque a versare il 52% delle entrate, al 76% delle somme che resterebbero all’Adsp del Mare Adriatico Centrale, tenuta a contribuire “solamente” per un ammontare pari al 24% delle proprie risorse.

Per stare ai nostri territori, l’Adsp del Mar Adriatico Orientale (Trieste e Monfalcone) a fronte di 54,1 milioni di euro di entrate, subirebbe un prelievo di 21,6 milioni di euro pari al 40%: resterebbero così a disposizione del presidente Marco Consalvo e dei tecnici dei suoi uffici 32,4 milioni, ossia il 60% del totale.

L’Adsp Mare Adriatico Settentrionale (Venezia e Chioggia) sarebbe invece tenuta a corrispondere a Porti d’Italia spa 23,3 milioni di euro, a fronte di entrate che ammontano a 46,2 milioni.

Il prelievo in questo caso sarebbe del 50%: la metà di quanto raccolto dall’Autorità sul territorio attraverso canoni di concessione, tariffe su servizi specifici e gestione di beni demaniali andrà direttamente al nuovo ente centrale partecipato dal ministero dell’Economia e vigilato dal Mit.

La riforma condurrebbe così a una riduzione significativa del perimetro finanziario delle Adsp, con bilanci ridotti sia sul fronte delle risorse destinate agli investimenti sia su quello dei ricavi operativi.

Nella visione del governo, che a dicembre ha approvato in Consiglio dei ministri la riforma presto al vaglio del Parlamento, Porti d’Italia spa sarà «responsabile della gestione dei grandi investimenti infrastrutturali strategici, della manutenzione straordinaria, dell’individuazione delle opere di interesse economico generale e della promozione unitaria del sistema portuale italiano sui mercati internazionali».

Alle 16 Autorità portuali resta la gestione territoriale degli scali, la manutenzione ordinaria e il rilascio delle concessioni, ma – spiegava una nota del Mit al momento dell’approvazione in Cdm – «vengono sollevate dal peso finanziario delle grandi opere».

È in forza di questa prospettiva che il nuovo assetto interviene sui bilanci delle singole Autorità.

In base alle nuove regole, non solo i porti vedranno infatti ridurre i contributi di trasferimento in conto investimenti, visto che le opere più rilevanti saranno decise dalla società unica, ma dovranno anche trasferire al nuovo Fondo per le infrastrutture strategiche di trasporto marittimo istituito dalla riforma parte dei loro proventi derivanti da tasse e concessioni.

Il timore suscitato dalle stime di Assoporti riguarda proprio queste ultime: per evitare difficoltà di bilancio, vista la riduzione delle entrate, le Autorità potrebbero essere spinte ad aumentare canoni demaniali e tasse portuali.

A maggior ragione perché l’articolo 6 della riforma prevede che lo squilibrio finanziario, se reiterato per due anni su un triennio, possa comportare la soppressione e l’accorpamento di una Adsp. —

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