Icop e il futuro di Trieste: un hub logistico da 1,4 miliardi di euro
Il gruppo friulano, leader europeo nei microtunnel, guida la trasformazione del porto giuliano. Tra il nuovo Molo VIII e la sfida dell'alta capacità ferroviaria, l'obiettivo è triplicare il traffico container entro il 2040

Dalle fondazioni terrestri a quelle portuali. E la crescita dei microtunnel, settore in cui è uno dei leader in Europa, con ambiziose prospettive sul mercato Usa, dopo l’acquisizione di Atlantic a inizio 2025.
Sono le tre aree di attività di Icop, uno dei principali player, a Nordest, dei progetti infrastrutturali. Protagonista della riqualificazione del porto di Trieste, il gruppo friulano può contare su un portafoglio ordini di 1,4 miliardi, di cui 300 milioni solo a Trieste.
Pietro Petrucco, amministratore delegato di Icop e vicepresidente nazionale di Ance Confindustria, è convinto che dopo lo sblocco dell’impasse sul rinnovo dei vertici dell’Authority i progetti per rilanciare il ruolo di Trieste come grande polo logistico al centro dell’Europa possano ripartire con slancio.
Partiamo da Trieste: quanto pesa oggi questo progetto per Icop?
«Il nostro coinvolgimento nasce nel 2014 con la piattaforma logistica e si è ampliato nel tempo: dalla riqualificazione dell’area di Servola fino agli interventi sui moli, compresa l’elettrificazione delle banchine e la gestione robotizzata delle manutenzioni al molo VII. Oggi parliamo di circa 300 milioni di lavori già acquisiti su un portafoglio complessivo di 1,4 miliardi. È un ecosistema di opere che si tengono insieme».
Il Molo VIII è il cuore dello sviluppo futuro…
«Sì, è il vero salto di scala, un progetto già previsto dal piano regolatore, quindi con un percorso autorizzativo più lineare rispetto alla riconversione di Servola. Si sviluppa in tre fasi fino al 2040 e porterà 1,6 milioni di Teu aggiuntivi. Significa, di fatto, quasi triplicare la capacità container di Trieste e raddoppiare i treni, che potranno arrivare dagli attuali 11 mila a 25 mila all’anno».
Quali sono le tempistiche realistiche?
«La prima fase parte è partita e traguarda al 2028, con un investimento di 260 milioni. Poi seguiranno le altre due, con la realizzazione del Molo VIII e la nuova stazione di Servola, per una spesa prevista di ulteriori 600 milioni. Il Mef ha già messo una quota importante di risorse pubbliche, ma il modello è quello del partenariato pubblico-privato. Senza dimenticare altre partite, dal terminal ungherese alla zona delle Noghere e ai terminal del Porto vecchio»
La ferrovia è un nodo.
«Assolutamente. La stazione di Servola è fondamentale per rendere funzionale tutto il sistema. Senza un’infrastruttura ferroviaria adeguata, il rischio è di avere un porto più grande ma non pienamente operativo. Serve capacità di movimentare treni lunghi e integrare logistica e rete».
La rete attuale può reggere l’aumento dei traffici?
«La linea è lontana dalla saturazione, ma nel medio periodo serviranno interventi mirati. Il porto ha una vocazione europea: l’85% dei traffici va verso il Centro Europa. Trieste sarà sempre più uno dei principali hub infrastrutturali europei. Non solo porto, ma sistema integrato di logistica, ferrovia e sviluppo industriale. E avrà ancora molto da costruire, ben oltre il 2040».
Eppure il trasporto su gomma continua a crescere.
«È vero. Nonostante si parli da anni di spostamento verso il ferro, i camion non diminuiscono. Trieste è un esempio positivo, ma il tema è sistemico: serve integrazione tra infrastrutture, orari, servizi. Non basta costruire le opere, bisogna farle funzionare».
Una piaga aperta è l’alta velocità, che avanza faticosamente in Veneto, ma continuerà a tagliare fuori il Fvg.
«È un limite evidente. Il problema non è solo tecnico ma sociale e amministrativo: oggi realizzare grandi opere richiede un coinvolgimento molto più forte delle comunità locali. Senza questo passaggio, i progetti si bloccano. Per quanto riguarda la mia regione, l’alta velocità è fuori dai radar, ma quantomeno l’alta capacità deve arrivarci. Cristo non può fermarsi a Venezia».
Il tunnel del Brennero preoccupa?
«Ci sono ritardi anche significativi, ma non mettono in discussione l’opera. Sono infrastrutture strategiche, con una logica di lungo periodo. Le difficoltà ci saranno sempre, ma non cambiano la direzione».
Grandi infrastrutture e Pnrr sono state grande volano. Che succede dopo il Pnrr?
«Il 2026 sarà un anno di tenuta. Poi ci sarà un assestamento, non un crollo. Ci sono nuovi driver importanti: energia, reti, acqua, housing, su cui ci sono circa 3 miliardi disponibili nei prossimi 5-6 anni. Non bastano per garantire il fabbisogno di case a costi accessibili, ma sono una leva: usare risorse pubbliche per attrarre capitali privati. Il partenariato sarà sempre più decisivo. I bilanci pubblici non possono sostenere da soli questi livelli di investimento. Inoltre servono competenze nuove, sia nella pubblica amministrazione sia nel mondo finanziario e imprenditoriale».
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