Ascopiave, allarme governance: «A rischio il controllo pubblico»

Roberto Bet, ex consigliere di amministrazione della multiutility: «La politica deve restare fuori. Privati pronti a rafforzarsi se i soci pubblici dovessero dismettere le quote»

Giorgio Barbieri

«Non si parla di equilibri interni o di nomine, ma del patrimonio dei Comuni e quindi dei cittadini. Le decisioni su Ascopiave devono essere trasparenti e condivise nei luoghi deputati. La storia dimostra che quando questo non avviene, il rischio è imboccare strade pericolose».

Roberto Bet, ex consigliere regionale della Lega e già sindaco di Codognè, conosce bene l’argomento per essere stato consigliere di amministrazione della multiutility di Pieve di Soligo nella stagione calda della riforma Madia e della guerra legale dei privati di Plavisgas. «In quella fase», aggiunge, «in qualità di sindaco del mio Comune, la mia posizione fu distante dalle linee dettate all’epoca dalla segreteria provinciale della Lega, in aderenza ad un principio per cui si deve sempre saper ben distinguere il ruolo politico e le dinamiche dei partiti dalla gestione di una proprietà pubblica».

Quali sono state le conseguenze di quella stagione?

«Si è sviluppato un turbinio di ricorsi e controricorsi, spesso persi, che hanno generato incertezza sull’assetto societario e una conseguenza economica molto pesante: oltre 60 milioni di euro di valore evaporato nella holding e quindi nelle casse dei Comuni soci. È un dato che non si può ignorare.

Oggi vede analogie con quanto sta accadendo?

«Sì, alcune analogie sono evidenti. Emerge la proposta della holding di intervenire sulla governance della società quotata. Ma quando si entra nello statuto e negli equilibri di una società quotata non si è più nel campo della politica, bensì in quello del diritto societario e dei mercati finanziari».

Qual è il nodo centrale della questione?

«La holding ha già il controllo, con circa il 52% del capitale. Il tema non è acquisire il controllo, ma come esercitarlo rispettando l’autonomia gestionale della quotata. Se si altera questo equilibrio, si rischia di configurare formalmente una situazione di direzione e coordinamento con conseguenze rilevanti: obblighi verso il mercato, possibili offerte pubbliche e responsabilità per eventuali danni».

Che segnali sono arrivati dal mercato in questi giorni?

«Il titolo ha registrato perdite importanti e un declassamento da parte degli analisti. Sono segnali che indicano come il mercato percepisca queste iniziative».

Esiste anche un rischio che i soci privati possano rafforzarsi fino a “scalare” la società?

«Il rischio esiste ed è legato a eventuali criticità sulla legittimità della partecipazione pubblica. Se i Comuni fossero messi nella condizione di dover dismettere le quote, si aprirebbe uno scenario molto delicato: i soci privati, grazie anche ai diritti di prelazione, potrebbero avvantaggiarsi nell’acquisizione delle partecipazioni. In un’ipotesi estrema, potrebbero restare gli unici soggetti con potere di voto, con un cambio radicale degli equilibri».

Quali rischi si corrono se questo passaggio assembleare non viene rispettato?

«Si rischia di esporre nuovamente i Comuni a contestazioni sulla legittimità della loro partecipazione. Le conseguenze possono essere molto pesanti: perdita dei diritti di voto e obbligo di dismissione delle quote. È uno scenario che va evitato.

Dietro queste tensioni, secondo lei, qual è l’obiettivo?

«Il tema sembra essere la sostituzione dell’amministratore delegato della quotata. Ma va ricordato che la gestione degli ultimi anni ha prodotto risultati positivi: dividendi per i Comuni e rafforzamento del core business, in particolare nelle reti e nelle rinnovabili».

Come si può intervenire allora sulla governance senza creare rischi e senza mettere in discussioni i dividendi per i Comuni?

«Se i soci ritengono necessario intervenire, possono farlo indicando un modello di governance chiaro, senza forzature. Anche eventuali cambiamenti possono essere gestiti in modo razionale, senza mettere a rischio il patrimonio».

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