La sfida dell’Ance: «Le grandi opere devono far crescere il nostro territorio»

Parla il presidente Bertuzzo: «Evitiamo che il Friuli Venezia Giulia sia solo un passaggio. Attenzione alle imprese locali, affidabili e di qualità»

Maurizio Cescon
Marco Bertuzzo
Marco Bertuzzo

«La nostra è una filiera complessa, sul tema delle infrastrutture vogliamo essere sul pezzo, ma l’essenziale è che la partita di strade, ferrovie, porti si intersechi con il tema dell’abitare e del territorio. E che le nuove opere vengano affidate alle imprese di costruzioni locali, che hanno dato garanzia di affidabilità e qualità».

Il presidente Ance Fvg Marco Bertuzzo, che interverrà mercoledì al Forum delle infrastrutture organizzato dal gruppo Nem, sottolinea un paio di concetti che, per la categoria, sono fondamentali. E ammonisce: le infrastrutture non devono solo attraversare il Friuli Venezia Giulia, devono generare valore per il territorio.

Presidente Bertuzzo siamo di fronte a nuove opportunità, dopo la fine del Pnrr. L’Ance come pensa di coglierle?

«Le infrastrutture non sono neutre. Non sono linee su una mappa. Sono decisioni politiche ed economiche che determinano chi cresce e chi resta indietro. Definiscono il destino dei territori. Per questo motivo, chi le costruisce non può restare ai margini del dibattito su come vengono pensate. Il Friuli Venezia Giulia è un crocevia naturale tra Mediterraneo e Mitteleuropa. Il porto di Trieste, i corridoi europei che si incrociano, il sistema interportuale sono asset di rilevanza continentale. Eppure tutto questo non è ancora un sistema. È una somma di eccellenze che faticano a parlarsi. La posizione geografica, da sola, non è un destino: è un’opportunità che si può sprecare. E il rischio di sprecarla è concreto. Altri hub portuali e logistici dell’Adriatico e del Mediterraneo settentrionale hanno investito con continuità in connessioni, retroporti e servizi integrati, guadagnando quote di mercato che avrebbero potuto essere nostre. Il Nordest può diventare un territorio che connette senza crescere, che serve il sistema senza beneficiarne. Nominare questo rischio non è catastrofismo. È il primo passo per evitarlo».

I passi dell’Ance, dunque, quali saranno?

«Non basta muovere merci. Bisogna attivare economie. Porto, interporto, rete ferroviaria, viabilità e piattaforme logistiche devono diventare parti di un disegno unico, governato da una regia che oggi è ancora troppo frammentata tra livelli istituzionali diversi. Significa passare da una logica di corridoio, dove il Fvg è nodo di transito, a una logica di sistema, dove ogni opera genera valore nei territori che tocca».

Ance cosa chiede allora alle istituzioni?

«Non portiamo al tavolo istanze corporative. Portiamo condizioni di efficacia economica che riguardano l’intero sistema. Le grandi opere devono essere progettate in modo coerente con il tessuto imprenditoriale regionale. Gare accessibili, lotti funzionali, equilibrio tra grandi operatori e filiera locale. Le imprese di costruzione regionali hanno competenze specifiche sul territorio – geologiche, logistiche, operative – che non si importano dall’esterno. Escluderle dalle grandi commesse sarebbe non solo un danno per loro, ma una perdita di qualità e di impatto per l’investimento stesso. Serve poi una cultura diversa della progettazione pubblica. Le infrastrutture non si annunciano, si progettano e si cantierano».

Intanto c’è un nodo urgente: cosa accadrà dopo il Pnrr?

«Il Piano ha consentito alle imprese edili di irrobustirsi, di fare buoni bilanci, di garantire occupazione e di patrimonializzarsi. Questa eredità non può essere dimenticata, tornando indietro a tempi di crisi. La forza di un Paese è la manifattura, l’industria, le costruzioni. Ma le scadenze si avvicinano e la domanda che dobbiamo porci è cosa viene dopo? Senza continuità si disperdono competenze specializzate, capacità produttiva e occupazione qualificata, tre cose che, una volta perdute, non si ricostruiscono in tempi brevi». —

 

Riproduzione riservata © il Nord Est