Visentin (Cuoa): «Le competenze leva strategica per lo sviluppo del Nord Est»
Il presidente della business school: «La crescita va guidata non dobbiamo subirla. Le imprese diventino poli di aggregazione»

«La vera sfida oggi per le imprese del Nord Est non è solo crescere, ma saper governare la crescita. I capitani d’impresa hanno davanti un’opportunità da cogliere, quella di agire da protagonisti di fronte alle proposte di acquisizione e fusione che arrivano sul territorio, con richieste sempre più frequenti e importanti».
Il presidente del Cuoa Business School Federico Visentin punta l’accento sull’esigenza di rafforzare la governance delle piccole, medie ma anche “sempre più grandi” imprese che creano lavoro, benessere e futuro sul territorio.

Quando si parla di formazione e governance si fa spesso riferimento ai criteri Esg. Su cosa bisogna puntare davvero per crescere?
«Finora ci siamo concentrati molto sugli aspetti ambientali e sociali come leve per lo sviluppo, ed è così. Ma è rimasta in secondo piano la “G”, la governance vera e propria. Eppure è proprio la governance a definire le regole del gioco: le deleghe, i ruoli, i processi decisionali. Per questo, all’interno del nuovo piano formativo triennale 2026, abbiamo deciso di istituire un vero e proprio Corporate Governance Center. Una nuova struttura che nasce insieme alle imprese per guidarle nel costruire assetti chiari e sostenibili nel tempo. Vogliamo accompagnare le imprese a creare e a non subire le nuove regole del gioco, in un contesto in cui la crescita dimensionale è diventata una necessità sempre più diffusa, come tendenza a livello locale ma anche nazionale».
In che modo il Cuoa può aiutare le imprese a “vincere” le sfide attuali e future, dal passaggio generazionale al salto dimensionale?
«Il passaggio generazionale e il futuro delle aziende sono temi che accompagnano da sempre la vita delle imprese, ma oggi assume una portata diversa. Il nostro impegno è quello di aiutare concretamente le imprese a strutturarsi e rendersi sempre più solide e indipendenti dalla figura dell’imprenditore solo al comando. Stiamo lavorando per diffondere nuove consapevolezze: non è affatto scontato che l’azienda debba necessariamente passare al figlio, ma non è nemmeno scontato che, di fronte alle proposte di M&A (fusione e acquisizione ndr), le imprese debbano avere un ruolo passivo. Incassare i frutti dei sacrifici di una vita può andare bene, ma deve crescere la consapevolezza che di fronte alle proposte di cedere un’attività l’imprenditore ha davanti una partita importante da giocare: deve saper leggere correttamente il piano industriale, valutare l’impatto sull’organizzazione, sulle persone, sul territorio, può innescare e imporre condizioni che garantiscano una responsabilità sociale e, così, il futuro dell’azienda. Ma non solo: i nostri imprenditori possono guidare il percorso, valutando un’acquisizione anziché farsi acquisire. E aggiungo: perché non valutare acquisizioni di imprese oltre confine?»
La complessità sembra essere la cifra del nostro tempo. Come rispondono le imprese a questo scenario?
«C’è un senso diffuso di spaesamento. Le imprese si chiedono qual è la strada giusta, quali mercati presidiare, come leggere segnali che fino a pochi anni fa non esistevano. Per questo cresce moltissimo l’esigenza di confronto. Abbiamo costruito community specifiche proprio sul tema della complessità e della capacità di “navigare” l’incertezza. In questo percorso ci accompagna anche il contributo di Alberto Felice De Toni, presidente anche del nostro nuovo Scientific Board, che da anni lavora su questi temi».
Guardando al futuro, quali sono le principali novità del piano triennale?
«Puntiamo molto sull’internazionalizzazione, con convenzioni con Università europee, scambi di docenti e studenti. Vogliamo mettere i nostri manager e imprenditori nelle condizioni di confrontarsi con realtà industriali che stanno interpretando le stesse sfide in altri Paesi. È da questi scambi che spesso nascono nuove idee, partnership e anche operazioni di crescita. Parallelamente, continuiamo ad integrare nei percorsi formativi anche aree di supporto psicologico, coaching e accompagnamento alla leadership: oggi non basta più fornire strumenti tecnici».
Che ruolo gioca l’intelligenza artificiale nei vostri percorsi formativi?
«Abbiamo scelto fin da subito un approccio molto chiaro: non ci interessa innamorarci degli strumenti. L’intelligenza artificiale non va insegnata solo come insieme di tool, ma come leva per generare valore. Non significa soltanto taglio dei costi, ma anche esplorazione di nuovi mercati, nuove soluzioni, nuovi modelli di business. Possiamo creare nuovi circoli virtuosi, liberando energie da mansioni ripetitive, per re-investirle in altre attività, e qui la formazione delle persone torna strategica. L’AI richiede un cambiamento profondo, anche nel modo di insegnare. Da almeno un paio d’anni stiamo lavorando molto sul ruolo dei docenti, sempre più efficaci nel trasferire competenze che siano subito applicabili».
Le Pmi sono davvero pronte a investire in formazione manageriale?
«I numeri ci dicono di sì. In pochi anni siamo passati da una dozzina a oltre 200 soci sostenitori: imprese che decidono di sostenere Cuoa con un contributo annuale (5.000 euro) per entrare in un ecosistema di confronto, formazione e networking. È il segnale di un’esigenza reale di crescita manageriale».
Cosa augura e suggerisce agli imprenditori e manager di oggi e di domani?
«Invito a non rinunciare alla concretezza, che è tipica del Nord Est, ma a coltivare una visione. Al Cuoa lavoriamo molto sul concetto di “learning for impact”: imparare sapendo fin da subito quale valore concreto si può generare nelle imprese e nella società. Le competenze tecniche sono fondamentali, ma lo sono altrettanto la capacità di leggere la complessità, di lavorare con le persone e di guidare il cambiamento sul campo. Mantenere l’umiltà di volersi migliorare, apprendendo e mettendo in pratica le nuove competenze, questa la capacità dei leader del futuro».
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