In Veneto l’oro dell’Enel: le dighe valgono 7 miliardi

Enel Green Power custodisce quasi la totalità delle grandi concessioni, 29 su 34, e controlla circa tre quarti della produzione idroelettrica regionale

La redazione

 

Se il Friuli Venezia Giulia riuscirà a entrare nella gestione delle sue centrali idroelettriche, e a ritagliarsi così una quota dei profitti che ne derivano, il Veneto si ritroverà a guardare con invidia ancora maggiore alle altre regioni del Nord Est. Ormai da anni, infatti, anche in Trentino Alto Adige attorno alle concessioni idroelettriche delle due Province autonome sono nati due gruppi di grande rilievo, controllati dai rispettivi enti locali. L’altoatesina Alperia e la trentina Dolomiti Energia, pur alternando anni buoni ad altri meno, oggi sono infatti nel pacchetto di testa dei grandi produttori idroelettrici nazionali, con una quota superiore al 9% dell’elettricità generata sul totale italiano, superate solo dal colosso Enel (35,9%) e dalla lombarda A2A (9,8).

Il Veneto, invece, nella produzione idroelettrica vede un unico asso pigliatutto, Enel Green Power, che custodisce la quasi totalità delle grandi concessioni, 29 su 34, e controlla circa tre quarti della produzione idroelettrica regionale, diffusa tra una mole di operatori spesso microscopici, per un totale di oltre 400 impianti tra dighe e altre tipologie di generatori più piccoli.

In questo quadro, però, si apre oggi uno spiraglio per poter mettere in discussione il dominio del gruppo a controllo statale, legato al fatto che nel 2029 molte delle grandi concessioni andranno in scadenza. L’elenco è lungo e comprende le due maxi-centrali “Achille Gaggia” di Soverzene, in provincia di Belluno, e di Fadalto, che interessa le province di Treviso e della stessa Belluno. Sempre guardando al pacchetto di testa delle grandi concessioni, quelle di Enel in scadenza fra tre anni sono 27, un numero enorme, che copre buona parte della capacità di generazione idroelettrica della Regione.

È per questo motivo che, anche in Veneto, si guarda con interesse a quello che sta accadendo in Friuli Venezia Giulia, dove la Regione sta studiando la possibilità di adottare una società a capitale misto pubblico-privato per la concessione Edison nel Pordenonese, già scaduta e attualmente gestita in proroga, e dove presto si affronterà la questione delle due concessioni nel territorio udinese in mano ad A2A, ad Ampezzo e Somplago, che al pari di quelle venete di Enel termineranno anch’esse nel 2029.

Concessioni idroelettriche la grande tentazione del Fvg
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Con le concessioni in scadenza, e con le norme adottate sotto il governo Draghi che prevedevano tre diverse strade la riassegnazione da parte delle Regioni – una nuova gara, l’affidamento in house o per l’appunto la creazione di una società mista – gli attuali gestori osservano che le vecchie dighe necessiterebbero tutte di grandi investimenti per essere aggiornate, stimati a livello nazionale in 15 miliardi. E, per questo, contano sull’intervento del governo Meloni per aprire una trattativa in Europa per mettere nero su bianco quella che viene chiamata “quarta via”, ovvero la riassegnazione delle concessioni a chi le ha già oggi, in cambio di un piano di investimenti e di canoni più elevati.

Tuttavia, in Veneto, i lauti profitti che l’Enel fa sul territorio non mancano di suscitare polemiche, così come era accaduto un anno fa, quando il governo Meloni aveva cercato di estendere d’ufficio di vent’anni – con una norma nella Manovra finanziaria, ora rimessa in discussione a Roma – la concessione all’Enel delle linee di distribuzione elettrica.

L’azienda guidata da Flavio Cattaneo è titolare dei cavi elettrici che arrivano nelle case e delle centraline in quasi tutta la regione, fatta eccezione per Verona e Vicenza, un quasi monopolio che le garantirebbe un margine operativo lordo valutato in circa 300 milioni di euro l’anno. A una cifra analoga si arriva anche nel caso della generazione di elettricità grazie alle centrali idroelettriche.

Se si guarda, infatti, la produzione media dell’ultimo decennio, si calcolano i ricavi generati dalla vendita dell’elettricità alla rete e si sottraggono i costi operativi delle centrali, è possibile stimare per l’energia idroelettrica prodotta in Veneto un margine che viaggia fra i circa 300 milioni l’anno dello scenario di prezzo più negativo e i circa 430 milioni di quello più positivo. Una volta detratti gli investimenti necessari per tenere in efficienza gli impianti, si arriva a stimare un flusso di cassa ante imposte di circa 350 milioni l’anno, facendo la media fra l’ipotesi peggiore e quella più redditizia. Se si proietta questa cifra per i vent’anni di una concessione, viene fuori una torta complessiva nell’ordine dei 7 miliardi.

È dunque questo lo scenario con cui, così come in Friuli Venezia Giulia, anche in Veneto la Regione sarà costretta a confrontarsi, per capire come muoversi in una questione dove le difficoltà procedurali ed economiche sono numerose, dai valori di subentro nelle concessioni scadute alla scelta degli eventuali partner privati da coinvolgere. Che però, nel Nord Est, almeno sulla carta non mancano, da Magis (come si chiama ora Agsm Aim) ad Ascopiave ed Hera. E avrebbero il vantaggio, essendo partecipati dagli enti locali, di far ricadere sul territorio una parte dei profitti che oggi viaggiano verso l’Enel. Un gruppo, va ricordato, nel quale il Tesoro possiede soltanto il 23,5 per cento, mentre il resto è partecipato in gran parte dai fondi internazionali.

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