«Una regia nazionale per salvare il lavoro»
Per Leonardo Maghetti, titolare e amministratore della Sifra Est di Trieste, il problema principale è nella resistenza dei giovani nel cercare impieghi da operai all’interno delle fabbriche. «L’AI non può essere la soluzione, non tutti sono riqualificabili e certi lavori non si trasformano»

«Quando sento dire che dobbiamo cambiare il tessuto industriale, sorrido».
Leonardo Maghetti, proprietario titolare di Sifra Est, azienda triestina leader nella produzione di contenitori medicali in plastica, reagisce con un certo scetticismo agli appelli sulla necessità di innovare l’economia del Nordest.
È vero: la produttività è stagnante e i giovani scarseggiano.
Ma, secondo Maghetti, la soluzione non sta nel «prendere tutte queste aziende e rivoltarle come un calzino per renderle appetibili». Il problema ha radici molto più profonde.
Quale cambiamento ha visto negli ultimi anni nel mercato del lavoro?
«Ci sono stati dei cambiamenti molto grandi. Non tanto tecnici, quanto sociali. Prima il lavoro era concepito come il modo per affrancarsi, per migliorarsi e, in alcuni casi, per liberarsi. Oggi le nuove generazioni hanno sviluppato quasi un senso di vergogna nei confronti di certe attività che appartengono al settore primario e secondario. La parola operaio, negli ultimi decenni, è vista con un connotato negativo, quasi infamante».
Non crede che, più che per una questione di status, sia cambiato nei giovani il modo di concepire il lavoro?
«Sicuramente. Le nuove generazioni si aspettano cose diverse dal lavoro e non hanno l'urgenza che avevano le vecchie generazioni di affrancarsi. Però se cominci a rimpiazzare l'importanza del lavoro con altre cose, chiaramente la società un po’ si sfalda. Così hai giovani che preferiscono fare i creatori di contenuti. Ma l’Italia non potrà mai essere un Paese dove ci sono solo content creators. È una nazione basata sulla manifattura, non sul terziario».
Paghe più elevate potrebbero incentivare un ritorno in questi settori?
«Non è una questione di soldi. Noi abbiamo un piano di incentivi che è basato fondamentalmente sulla presenza, perché per noi avere assenze comporta il fermo macchina. Quindi, per incentivare i dipendenti, ho creato un sistema per cui, se tu hai assenze uguali o inferiori al 5%, che vuol dire più o meno un giorno al mese, ti porti a casa praticamente una quattordicesima. Questo incentivo su alcuni non ha lasciato traccia. Vuol dire che anche la leva economica non è più l'unica leva che puoi utilizzare».
E allora quale può essere la soluzione?
«I nostri governi dovrebbero prestare attenzione a questa cosa. Si dovrebbe fare formazione, spiegare il valore che c’è dietro al lavoro. Non solo come strumento per fare soldi e sostentarsi. Ma come mezzo per progredire come persona, per costruire una famiglia, una comunità. C’è molto di più dietro che una pura apparenza sociale. E adesso, mi dispiace dirlo, ma i giovani hanno perso questo».
Cosa potrebbe fare una regia a livello nazionale?
«I cinesi hanno i piani economici quinquennali. In Italia non sappiamo neanche fare un piano industriale di cinque mesi. Si dice: "Le aziende devono ammodernarsi". Bene. E allora cosa facciamo? Un piano speciale di investimenti? Un piano speciale di formazione per i dipendenti? Perché, dopo aver pronunciato la frase magica “bisogna rimboccarsi le maniche”, bisogna poi calarla nel concreto, far atterrare la riforma. Oggi gli imprenditori vengono lasciati un po’ soli e ognuno si muove in ordine sparso, come può. Ci sono quelli più bravi, quelli meno, quelli che hanno più risorse e quelli che ne hanno meno. Ci vorrebbe una regia. Abbiamo il Ministero dell'Industria, però, a parte gli incentivi 4.0 e 5.0, che comunque non fanno parte di un progetto coordinato, non vedo una politica industriale organica».
L’automazione e l’Ia possono essere la soluzione?
«Non penso che questo migliorerà davvero le condizioni dei lavoratori in Italia, sia in termini di reddito sia di traguardi sociali. Cioè, se sostituisco uno dei miei operai con l'Ia, quale beneficio ne trae la società? Questo ragazzo cosa fa?»
Molti dicono che si creeranno altri lavori.
«È un punto che sento spesso e allora le giro la domanda: nei prossimi trent'anni cosa facciamo? Questa trasformazione non richiede tre mesi e neanche tre anni. E non tutti i dipendenti sono riqualificabili. Per cui io sono un po' preoccupato. Vedo che, da un lato, le competenze non ci sono e, dall'altro, manca la volontà di venire a lavorare in fabbrica. Tanti dicono: "Devi fare job enrichment, job enlargement". Ma è come uno che zappa la terra o coltiva il mais. Gli puoi fare tutto il job enrichment che vuoi, gli puoi cambiare il trattore, ma alle sei di mattina deve andare a seminare. Io non posso modificare la natura della mia azienda».
Se guarda al futuro, che scenario vede per il Nordest?
«Allora, per cominciare, ci sarà una trasformazione delle imprese, ma più giuridica che tecnico-produttiva. Molte famiglie che una volta detenevano le quote industriali e le competenze hanno già ceduto ai gruppi di private equity. Quindi la più grande trasformazione che vedo da qui a vent’anni è che le aziende magari rimarranno, ma non saranno più di proprietà delle famiglie del Nordest. Saranno, più genericamente, di un gruppo industriale, il quale farà la politica industriale che riterrà opportuna. La preoccupazione che ho è che questi gruppi sono meno radicati e legati al Nordest. Faranno inevitabilmente scelte di convenienza economica e questo impoverisce il territorio».
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