Trevi accende lo scontro con Icop: «Ops priva di una logica industriale»
Giuseppe Caselli, ad del gruppo romagnolo, prova ad alzare le barricate contro l’offerta di scambio tesa a creare un campione italiano dell’ingegneria. L’esito dell’operazione è però in gran parte nelle mani del socio pubblico Cdp

Il matrimonio non s’ha da fare. Almeno per l’amministratore delegato di Trevi, Giuseppe Caselli, che sul Sole 24 Ore di ieri ha bocciato senza mezzi termini l’Offerta pubblica di scambio avanzata nei giorni scorsi dalla friulana Icop per acquisire il 100% della società emiliana partecipata da Cdp e costruire un campione nazionale da un miliardo di euro. Caselli ha etichettato l’operazione come «priva di logica industriale» e «fortemente penalizzante per Trevi, che è già un campione internazionale senza bisogno di Icop, grazie alla sua conoscenza dei mercati regionali radicata con competenze locali: la logica del campione nazionale che va sui mercati a piantare la bandiera italiana con un approccio colonialista», ha sostenuto, «è fuorviante».
Una posizione netta, quella espressa da Caselli, che rifletterebbe la posizione del consiglio di amministrazione, riunito d’urgenza dopo l’annuncio dell’Ops, mentre non si sono ancora espressi i soci, che saranno in realtà la vera determinante del successo dell’Ops. A partire da Cassa depositi e prestiti, entrata nel capitale sociale di Trevi ormai 12 anni fa (correva il 2014) con Fondo sviluppo italiano per salvarla dal dissesto, e oggi primo socio, attraverso Cdp Equity, con una quota di circa il 21,3%. Il resto dell’azionariato è composto da Polaris, fondo d’investimento statunitense che detiene circa il 10%, dal gestore finanziario Praude con il 14% e dal mercato con un flottante di circa il 63,6%.
Un ruolo decisivo ce l’avrà dunque Cdp, controllata dal ministero dell’Economia, che per bocca del sottosegretario Federico Freni ha salutato con favore la possibile nascita di un grande player italiano nel settore delle costruzioni. «Sarei molto felice sia perché è una Pmi che cresce e fa acquisizioni, sia perché creiamo un campione internazionale in un settore molto rilevante», ha detto Freni, che ha invece alzato le mani rispetto alla decisione che prenderà Cdp: «Non sta a me fare queste valutazioni». A farle sarà l’azionista pubblico, considerando la storia della sua partecipazione in Trevi, reduce da oltre dieci anni di difficoltà economico-finanziarie, con ben quattro aumenti di capitale realizzati, dal 2014 fino a quello terminato pochi giorni fa, per oltre 500 milioni, di cui circa 170 sottoscritti da Cdp.
A partire dal 2014 la società di Cesena ha fatto i conti con un’esposizione crescente, legata in particolare alla divisione Oil&Gas (poi dismessa nel 2020) che ha visto compromessa la redditività a causa del crollo del prezzo del petrolio, e con una progressiva erosione del patrimonio netto, che nel 2019 arrivò a toccare i meno 220 milioni. L’aumento di capitale del 2020 non bastò a stabilizzare la struttura finanziaria di Trevi: nel primo semestre 2022 l’indebitamento finanziario toccò i 274,6 milioni, rendendo necessaria una nuova di ristrutturazione. L’ultima si è conclusa appunto pochi giorni fa: l’aumento di capitale da 100 milioni, affiancato da un nuovo finanziamento bancario da 180 milioni, ha permesso a Trevi di chiudere – «definitivamente», assicura questa volta il cda – le sue difficoltà. Una ripresa mostrata dai numeri: il gruppo ha chiuso il 2025 con un patrimonio netto 133 milioni, con ricavi per 624 milioni ed è tornato all’utile con un risultato netto di 8,6 milioni, un portafoglio ordini di circa 870 milioni (a fine primo trimestre 2026) e una posizione finanziaria sempre negativa, ma ridotta a 187,4 milioni.
La risposta di Piazza Affari, in particolare all’ultimo aumento di capitale, non è stata positiva: dopo l’annuncio, lo scorso marzo, il titolo – quotato sul listino principale – è crollato del 34%. Da inizio anno ha perso il 42,4%, recuperando un po’ di terreno dopo il lancio dell’Ops di Icop. Ieri ha chiuso a 3,81 euro. Tutt’altro andamento per il gruppo friulano controllato dalla famiglia Petrucco – quotato su Egm –, che da inizio anno è cresciuto del 56,1%, cedendo un po’ solo nei giorni scorsi per effetto del riallineamento al prezzo dell’Ops (-3,44% il saldo dell’ultimo mese). Ieri ha chiuso a 28,10 euro.
Per Caselli, arrivato in Trevi nel 2022, due aumenti di capitale fa, l’operazione proposta da Icop sarebbe discutibile per via del titolo scarsamente liquido. Eppure la storia recente riporta operazioni realizzate brillantemente in condizioni simili, come quella di Officina Stellare, società vicentina a sua volta quotata su Egm, che si è fusa con Global Aerospace Technologies Group dando vita a un polo industriale nel settore dell’aerospazio.
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