Transizione 5.0, scontro tra industriali e governo: «Rotto il patto di fiducia»

Sotto accusa il decreto che riconosce alle imprese in coda solo il 35% del bonus spettante. «Penalizza pesantemente le aziende che hanno completato ingenti investimenti nel 2025»

Giorgio Barbieri
Raffaele Boscaini, presidente di Confindustria Veneto
Raffaele Boscaini, presidente di Confindustria Veneto

«Si è rotto il patto di fiducia». È la frase lapidaria con cui Confindustria decide di aprire un fronte di scontro con il governo dopo l’approvazione del decreto fiscale con le nuove misure per Transizione 5.0. Ma più dei numeri, a pesare sono le reazioni: il mondo confindustriale parla apertamente di «misure penalizzanti», di «scelta retroattiva» e soprattutto di «rottura del patto di fiducia» tra Stato e imprese. Il provvedimento interviene sulla platea degli “esodati” del piano 5.0 del 2025: 7.417 progetti rimasti senza copertura per esaurimento delle risorse. A queste imprese sarà riconosciuto solo il 35% del credito d’imposta richiesto. Nel migliore dei casi, per circa l’80% delle aziende, l’agevolazione effettiva si fermerà al 15,75% rispetto al 45% teorico. Negli altri casi si scende al 14% o al 12,25%, sotto i livelli del precedente piano 4.0.

E da Roma al Nord Est monta la protesta. «Il decreto fiscale introduce disposizioni molto penalizzanti per le imprese che hanno effettuato la prenotazione del credito d’imposta 5.0 tra il 7 e il 27 novembre 2025», afferma Marco Nocivelli, vicepresidente per le politiche industriali e il Made in Italy e amministratore delegato di Epta, di cui fa parte anche Costan, marchio la cui storica sede è a Limana nel Bellunese. «La decisione», aggiunge, «penalizza pesantemente le imprese che hanno completato ingenti investimenti nel 2025, con il rischio di nuove tensioni sulla liquidità in un momento già particolarmente complesso». Ma soprattutto, sottolinea, viene meno un presupposto fondamentale: «A novembre avevamo avuto rassicurazioni dai ministri Giorgetti, Foti e Urso sul fatto che le imprese esodate con progetti congrui avrebbero avuto accesso all’agevolazione. Non poter fare affidamento sulle norme mina profondamente la fiducia».

E la critica al governo si fa ancora più netta a livello territoriale. «Il decreto fiscale è inaccettabile nella parte in cui penalizza le imprese che avevano prenotato il credito entro i termini e avevano già completato gli investimenti», afferma Barbara Beltrame Giacomello, presidente di Confindustria Vicenza. «Non è un dettaglio tecnico: è una scelta che colpisce retroattivamente chi ha investito in buona fede». E ancora: «È altrettanto grave che vengano penalizzati investimenti coerenti con gli obiettivi di innovazione ed efficienza energetica che le stesse istituzioni avevano indicato come prioritari. Non si può orientare il sistema produttivo in una direzione e poi cambiare le condizioni quando gli investimenti sono già stati fatti».

«Ci troviamo in un momento storico particolare», afferma Luigino Pozzo, presidente di Confindustria Udine, «che certamente non agevola le imprese a fare investimenti. Il mercato sta rallentando e per questo credo sia necessario che il governo mostri maggiore coraggio». Per Pozzo infatti la fase straordinaria dovuta alla crisi in Iran dovrebbe spingere l’esecutivo a essere «meno attento ai vincoli di bilancio. Tra le imprese c’è una preoccupazione diffusa, è quindi il momento perché il governo dia un po’ di ossigeno alle aziende. E la misura decisa su Transizione 5.0 non mi sembra vada in questa direzione».

Dal Veneto arriva invece una presa di posizione ancora più politica. «Quanto previsto dal decreto fiscale non è solo un cambio di rotta inatteso, è una vera e propria rottura del patto di fiducia tra Stato e sistema produttivo», afferma il presidente di Confindustria Veneto, Raffaele Boscaini. «Per il Veneto, cuore pulsante dell’industria manifatturiera italiana, questa decisione rappresenta un colpo durissimo».

Il riferimento è diretto all’impatto sulla capacità di investimento. «Un taglio lineare del 65% del credito d’imposta per chi ha prenotato gli investimenti a novembre 2025 è un provvedimento che definire penalizzante è riduttivo. La competitività del Nord Est si fonda sulla capacità di pianificare investimenti di lungo periodo. Se le regole del gioco cambiano a partita conclusa, con effetti retroattivi, si mette in ginocchio la capacità finanziaria delle imprese».

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