Transizione 5.0, il sistema Nord Est contro il governo: «Mobilitazione»
Carron: «Un colpo alla capacità di innovare e competere». Agrusti: «Così si taglia il ramo su cui è seduto il Paese». Pozzo: «Dall’esecutivo passo indietro rispetto a impegni già assunti»

Il governo prova a correre ai ripari, ma il confronto con le imprese si annuncia in salita.
In vista del tavolo convocato per mercoledì 1 aprile al Mimit, sono in corso riunioni tecniche tra il ministero dell’Economia, il ministero delle Imprese e Palazzo Chigi per cercare una soluzione sul dossier Transizione 5.0.
Sul tavolo c’è il nodo più critico: quello degli “esodati” del piano 2025, ossia 7.417 progetti rimasti senza copertura per esaurimento delle risorse.
Durissima la posizione di Confindustria Veneto Est.
La presidente Paola Carron parla esplicitamente di «un colpo diretto alla capacità di innovare e competere del sistema produttivo», sottolineando come il taglio lineare del 65% del credito d’imposta, per di più con effetti retroattivi, rappresenti «non un intervento tecnico ma una rottura del patto di fiducia tra Stato e imprese».
In Veneto, ricorda Carron, oltre il 30% delle imprese nel 2025 ha già realizzato investimenti e più di un terzo li ha in corso o programmati, quota che sale quasi al 70% tra le grandi aziende.
«Parliamo di centinaia di milioni di euro attivati sulla base di strumenti definiti dallo Stato», osserva, «e di imprese che oggi rischiano di trovarsi con piani industriali improvvisamente insostenibili».
La misura contenuta nel recente decreto fiscale ha infatti acceso uno scontro senza precedenti tra Confindustria e governo. Alle imprese coinvolte, prevede il decreto, sarà riconosciuto solo il 35% del credito d’imposta richiesto, entro un limite di spesa fissato a 537 milioni di euro.
Tradotto: nel migliore dei casi, per circa l’80% delle aziende, l’agevolazione effettiva si fermerà al 15,75% rispetto al 45% teorico.
Negli altri casi si scende ulteriormente al 14% o al 12,25%, livelli inferiori anche rispetto al precedente piano Transizione 4.0. Una riduzione che il sistema produttivo considera inaccettabile, soprattutto perché interviene su investimenti già programmati o avviati.
Il riferimento è alle domande presentate tra il 7 e il 27 novembre 2025: imprese che avevano fatto affidamento su risorse complessive indicate in 1,3 miliardi nella legge di bilancio e che ora si trovano con un sostegno drasticamente ridimensionato. Da qui la tensione crescente tra imprese e governo.
Durissima la posizione anche del presidente di Confindustria Alto Adriatico, Michelangelo Agrusti, che invoca una mobilitazione del sistema produttivo.
Il provvedimento, sostiene, «rappresenta un vulnus grave che penalizza le imprese, soprattutto le piccole e medie che avevano già programmato forniture», creando «situazioni concrete di rischio» e aprendo «una crepa nella fiducia nel rapporto con il governo».
La sintesi è netta: «È come tagliare il ramo su cui è seduto il Paese».
Sono una cinquantina circa le aziende, associate a Confindustria Udine che risultano interessate dalla misura decisa dal governo.
«Il taglio del 65% del credito di imposta legato alla Transizione 5.0 per le imprese in attesa delle agevolazioni garantite», spiega il presidente di Confindustria Udine Luigino Pozzo, «presenta criticità rilevanti sul piano della competitività industriale, oltre a costituire un inatteso passo indietro rispetto a impegni già assunti».
Il presidente di Confartigianato Veneto, Roberto Boschetto, parla quindi di un «cambio di scenario» che rischia di compromettere investimenti già pianificati o avviati.
«La fiducia è un fattore economico, non solo reputazionale, quando le regole cambiano a posteriori», avverte. Il rischio, spiega, è duplice: da un lato si mettono sotto pressione i bilanci aziendali, dall’altro si frena la propensione a investire proprio nel momento in cui le imprese stanno accelerando sulla doppia transizione, digitale ed energetica». —
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