Tra gli esodati di Transizione 5.0: «Piano da 640 mila euro, ora i conti non tornano»

Renato Micoli, presidente della friulana Sovipre: «Misure retroattive come quella appena decisa dal governo penalizzano soprattutto il sistema delle piccole e medie imprese»

Giorgio Barbieri
Lo stabilimento della Sovipre a Fagagna in provincia di Udine
Lo stabilimento della Sovipre a Fagagna in provincia di Udine

«A novembre ci siamo fidati delle rassicurazioni del ministro Urso e abbiamo deciso di avviare il complesso percorso burocratico. Ora sarò costretto a rivedere i nostri piani futuri». Renato Micoli è presidente della Sovipre, azienda friulana con sede a Fagagna in provincia di Udine e cinque dipendenti specializzata nella lavorazione del ferro per cemento armato, diventata suo malgrado una delle aziende “esodate” di Transizione 5.0. Da sabato si trova a dover rifare completamente i conti per un importante investimento che, in seguito a quanto previsto dal decreto fiscale recentemente approvato, non riceverà il credito d’imposta che aveva preventivato, ma una cifra decisamente inferiore.

Di quali numeri stiamo parlando?

«L’investimento complessivo per un impianto di trafilatura di ferro ammontava a 640 mila euro. Secondo quanto era stato assicurato a novembre dal governo, avremmo avuto diritto a un credito di imposta pari a circa 288 mila euro che sarebbe rientrato nei successivi cinque anni. Ora, con il decreto fiscale, quella cifra si è drasticamente ridotta e per un’azienda come la nostra, che fattura circa un milione di euro, è un danno gravissimo che ci costringe a rivedere parte dei nostri progetti futuri».

Come avete scoperto che il governo aveva cambiato le carte in tavola?

«Nessuna comunicazione ufficiale, semplicemente leggendo i giornali».

Perché ritiene molto grave quanto accaduto?

«Perché rompe un patto di fiducia con lo Stato. Noi ad esempio ci eravamo fidati delle rassicurazioni del governo quando già a novembre erano stati resi pubblici i primi problemi sulle coperture del piano. In futuro non credo che ci fideremo ancora. E se le imprese non si fidano più il problema è enorme».

Quali possono essere le conseguenze sulla vostra programmazione?

«Nel nostro settore stiamo tutti facendo molta fatica. Misure retroattive come quella appena decisa dal governo penalizzano soprattutto il sistema delle piccole e medie imprese che rappresentano il tessuto produttivo di questo territorio e del Paese».

Vi aspettate modifiche al decreto?

«La speranza è che Confindustria riesca a fare qualcosa. Ma, come detto, la fiducia è venuta meno».

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