Stime al ribasso per il Fvg: nel 2026 il Pil crescerà dello 0,2%
Le stime elaborate dall’ufficio studi di Confindustria Udine prevedono anche per il 2027 una crescita contenuta, pari allo 0,4%

Prima le tensioni in Medioriente e il blocco dello stretto di Hormuz, poi lo shock energetico e la crescita delle pressioni inflazionistiche. Le tensioni internazionali pesano sulle prospettive di crescita del Friuli Venezia Giulia, che l’ufficio studi di Confindustria Udine ha rivisto al ribasso.
Nel 2026 il Pil regionale è previsto in aumento dello 0,2%, tre decimi di punto in meno rispetto alle previsioni formulate tre mesi fa, secondo le elaborazioni condotte su dati Prometeia (aprile 2026). Per il 2027 si prefigura una crescita contenuta, pari allo 0,4%.
L’inflazione
L’inflazione, secondo le più recenti stime della Banca d’Italia, potrebbe attestarsi al 2,6% nel 2026 (dall’1,5% del 2025), sospinta dal marcato incremento dei prezzi energetici: il petrolio si colloca intorno ai 100 dollari al barile (dai 60 dollari di dicembre 2025), mentre il gas naturale raggiunge circa 42 euro/MWh (dai 30 euro pre-conflitto in Medio Oriente). A tali dinamiche si associano rincari diffusi di beni e materie prime, tra cui alluminio, rame, urea e fertilizzanti. Per il 2027, se il contesto dovesse migliorare, sarebbe atteso un rientro dell’inflazione sotto il 2%.
I consumi
Nel 2026 i consumi delle famiglie dovrebbero registrare un marcato rallentamento, con una crescita stimata dello 0,3% (rispetto allo 0,8% previsto a gennaio), riflettendo l’erosione del potere d’acquisto, l’aumento dei costi di finanziamento e una maggiore propensione al risparmio. Nel 2027 la crescita dei consumi dovrebbe attestarsi allo 0,6%, in un contesto ancora caratterizzato da cautela nelle decisioni di spesa e da un mercato del lavoro debole.
Gli investimenti fissi lordi sono previsti in aumento dell’1,3% nel 2026, in rallentamento rispetto al +2,3% del 2025, risentendo del peggioramento della redditività, delle prospettive di domanda e dell’aumento del costo del credito. Nel 2027 la dinamica degli investimenti è attesa ulteriormente in decelerazione (+0,4%).
Il Pnrr, assieme agli incentivi fiscali, continuerà a fornire un contributo rilevante alla crescita quest’anno, in particolare attraverso il sostegno agli investimenti in costruzioni non residenziali e ai beni strumentali, anche in funzione del miglioramento dell’efficienza energetica dei processi produttivi.
Le esportazioni
Le esportazioni di beni sono previste in crescita dell’1,1% nel 2026, penalizzate dalla debolezza degli scambi internazionali, dall’effetto dei dazi e dalla perdita di competitività. Nel 2027 è atteso un recupero più significativo, +2,7%, sostenuto da un miglioramento del contesto globale, dalla ripresa della domanda tedesca e dalla capacità delle imprese regionali di diversificare i mercati di sbocco.
Dal lato dell’offerta, nel 2026 il valore aggiunto dell’industria crescerà marginalmente (+0,1%), dopo i segnali di recupero emersi nel primo bimestre. Il settore delle costruzioni evidenzia un rallentamento marcato (+0,6%, dal +2,6% del 2025), mentre i servizi mostrano una dinamica contenuta (+0,2%, dopo lo 0,1% dell’anno precedente). Per il 2027 è prevista una moderata accelerazione per industria e servizi, a fronte di una contrazione nelle costruzioni.
Il lavoro
Dopo la fase espansiva degli ultimi anni, il mercato del lavoro evidenzia segnali di rallentamento. Nel 2026 le unità di lavoro sono previste in crescita dello 0,2%, in linea con l’andamento del PIL. La domanda di lavoro appare sempre più orientata alla qualità delle competenze, piuttosto che alla quantità.
Il tasso di occupazione (15-64 anni) è stimato in aumento dal 69,2% del 2025 al 69,5% nel 2026, fino al 70,0% nel 2027 (66,6% nel 2019). Tale dinamica riflette diversi fattori strutturali: l’innalzamento dell’età pensionabile, l’invecchiamento della popolazione attiva, le difficoltà di reperimento di competenze adeguate e le maggiori esigenze reddituali delle famiglie. Il tasso di occupazione regionale rimane inferiore a quello tedesco (77,2% nel 2025), in linea con quello francese (69,4%) e superiore a quello spagnolo (67%).
Il tasso di disoccupazione è previsto al 4,8% nel 2026, in lieve aumento rispetto al 4,6% del 2025, e al 4,9% nel 2027.
I rischi
Le prospettive economiche regionali restano fortemente condizionate dall’evoluzione del conflitto in Medio Oriente. Secondo l’ufficio studi, il Pil regionale potrebbe entrare in una fase di stagnazione se la situazione attuale dovesse prolungarsi ancora di alcuni mesi o addirittura di recessione qualora il conflitto durasse fino alla fine dell’anno, con un tasso di inflazione potenzialmente pari al 4,5% (scenario di stagflazione).
«A tale preoccupazione si accompagna inoltre un diffuso senso di frustrazione per l’assenza di risposte europee tempestive e adeguate alla complessità delle difficoltà che stiamo affrontando. L'Europa, perché le vere risposte devono arrivare soprattutto da lì, non ci sta aiutando come potrebbe e dovrebbe», sottolinea il presidente di Confindustria Udine, Luigino Pozzo.
Il numero uno degli industriali di Udine individua le priorità: semplificazione normativa e completamento del mercato unico, transizione green realistica e non penalizzante per l’industria, strumenti finanziari e di debito comune, sovranità tecnologica, difesa comune, mercato unico dell’energia.
«Il primo tema è quello del costo dell’energia: abbiamo chiesto di sospendere l'Ets che impatta tantissimo sul costo dell'energia, ma finora non c’è stata risposta. L'energia in Italia la stiamo pagando più degli altri Paesi europei, in alcuni casi addirittura quasi 2-3 volte. Questo, per noi, è ormai un tema di pura sopravvivenza e bisogna fare presto», è l’appello.
Nonostante le difficoltà, per Pozzo il sistema produttivo regionale «è tenace e flessibile e vuole continuare a investire per accrescere la propria competitività». Si attende su questo fronte il decreto sull'iperammortamento, per mettere a terra gli investimenti.
«Il rischio è che la pressione del breve termine riduca gli investimenti in innovazione e indebolisca la crescita futura delle nostre aziende. Lo vado dicendo da tempo: il fenomeno della deindustrializzazione, in Europa e in Italia, negli ultimi 15-20 anni è drammaticamente reale e documentato. Bisogna invertire la rotta. La competitività deve diventare la bussola di ogni politica europea. O saremo capaci di rimettere l’industria al centro, oppure siamo destinati inesorabilmente al declino, con conseguenze economiche e sociali pesanti», conclude il presidente.
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