Il presidente di Sace: «Per crescere il Nordest deve aprire nuovi mercati»
Guglielmo Picchi, numero uno di Sace, parla del momento difficile dell’industria
«Il principale fattore di rischio oggi è la concentrazione su alcune aree e filiere. Posizione geografica e logistica sono punti di forza del Friuli Venezia Giulia»

Il Nordest continua a essere uno dei motori dell’economia italiana, ma deve fare i conti con uno scenario internazionale sempre più complesso. I dati della Banca d’Italia sulle economie regionali fotografano una contrazione delle esportazioni in Veneto, al contrario del Friuli Venezia Giulia, dove invece crescono ma sopratutto per effetto della cantieristica. Per il presidente di Sace, Guglielmo Picchi, non è in discussione la solidità del modello produttivo del Triveneto: la sfida è piuttosto rafforzarlo, puntando su innovazione, nuovi mercati e strumenti capaci di accompagnare le imprese nella gestione dei rischi.
Presidente, cosa ci dicono questi dati?
«Non siamo di fronte a una crisi del modello Nordest, ma a una sua evoluzione necessaria. Il Triveneto resta una delle aree più solide, dinamiche e internazionalizzate del Paese. Veneto e Friuli Venezia Giulia hanno costruito nel tempo un modello di sviluppo fondato su manifattura, filiere produttive, capacità imprenditoriale e forte apertura ai mercati esteri. Il modello può e deve rafforzarsi su alcuni fronti: diversificazione dei mercati, innovazione, investimenti, gestione dei rischi e maggiore capacità di fare sistema. Oggi competere sui mercati significa non solo esportare di più, ma esportare meglio, in modo più sicuro, strutturato e resiliente».
Com’è cambiato lo scenario internazionale ?
«Dieci anni fa molte imprese potevano contare su una globalizzazione più lineare, su catene del valore relativamente stabili e su mercati di riferimento molto consolidati. Oggi lo scenario è più frammentato: le tensioni geopolitiche incidono sulle rotte commerciali, i dazi modificano le condizioni di accesso ai mercati, i costi energetici e delle materie prime restano una variabile critica, mentre l’incertezza tende a rallentare le decisioni di investimento. Per il Nordest, il principale fattore di rischio è la concentrazione su alcuni mercati, su alcune filiere e, in alcuni casi, su pochi grandi committenti internazionali. La risposta non può essere chiudersi o arretrare. Al contrario, serve accompagnare le imprese in un percorso di diversificazione selettiva, aiutandole a entrare in nuovi mercati e a presidiare meglio quelli tradizionali».
Quali le nuove geografie?
«Le filiere europee restano centrali. Germania, Francia, Austria, Slovenia, Europa centro-orientale e Balcani continuano a rappresentare mercati naturali per molte imprese del Nordest, anche per ragioni geografiche, logistiche e industriali. Non dobbiamo sostituire questi mercati, ma affiancarli con nuove direttrici di crescita. Le opportunità più interessanti arrivano da aree in cui cresce la domanda di tecnologie, infrastrutture, meccanica, soluzioni industriali, agroalimentare, arredamento e competenze manifatturiere: Medio Oriente, Nord Africa, Asia, India, Asean, America Latina e alcuni mercati dell'Europa orientale e dei Balcani. Per Veneto e Friuli Venezia Giulia c’è poi un elemento distintivo: la capacità logistica e la posizione geografica. Il sistema portuale Fvg, a partire da Trieste, rappresenta una piattaforma strategica verso l’Europa centrale e i mercati extra UE».
I report di Bankitalia mostrano anche un rallentamento degli investimenti. Cosa temono le imprese?
«Il tema principale è l’incertezza. Le imprese del Nordest hanno dimostrato negli anni grande capacità di investimento e adattamento. Tuttavia, quando lo scenario internazionale è instabile, quando cambiano rapidamente costi, domanda, regole commerciali e condizioni finanziarie, è naturale che molte aziende assumano un atteggiamento più prudente. Non si tratta solo di avere risorse. Serve costruire progetti solidi, sostenibili e bancabili. Capire dove investire, con quali partner, in quali mercati e con quali strumenti di protezione. In questo senso, il ruolo della finanza pubblica e delle garanzie è decisivo: ridurre il rischio percepito, facilitare l’accesso al credito, mobilitare capitali privati e aiutare le imprese a fare il salto dimensionale necessario per competere».
L’adozione dell’Ai può essere una leva?
«Può diventare un fattore decisivo di rilancio, ma solo se riusciamo a renderla accessibile anche alle Pmi e non soltanto alle grandi imprese. L’intelligenza artificiale non è un tema astratto. Può migliorare la produttività, la qualità dei processi, la gestione della supply chain, l’efficienza energetica, la manutenzione predittiva, l’analisi dei mercati e la capacità di valutare i rischi».
Nell’ecosistema pubblico nazionale che accompagna le imprese verso i mercati esteri Sace gioca un ruolo da protagonista. Con quali strumenti?
«Sace mette a disposizione delle imprese un insieme ampio e integrato di strumenti assicurativo-finanziari e servizi di accompagnamento. Il nostro obiettivo è aiutare le aziende a crescere sui mercati internazionali proteggendole dai rischi e rafforzandone la competitività. Penso, ad esempio, alle soluzioni per assicurare i crediti verso clienti esteri e alle garanzie finanziarie per sostenere investimenti in Italia e all’estero. Attraverso la nostra rete domestica e internazionale accompagniamo le imprese nella lettura dei mercati, nell’individuazione di controparti e nella costruzione di operazioni più sicure e sostenibili. In questa fase è particolarmente importante lavorare insieme ai partner del territorio. Penso alle banche, alle istituzioni regionali, alle associazioni di categoria.
Un esempio è il recente accordo siglato a Udine con Finest...
«Un protocollo di collaborazione con cui possiamo mettere a fattor comune strumenti, competenze e presenza sui mercati. La nostra missione è essere al fianco delle imprese non solo quando esportano, ma in tutto il percorso di crescita. In un mondo più incerto, la capacità di fare sistema diventa il vero vantaggio competitivo dell’Italia».
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