La politica all’assalto del tesoro di Ascopiave: «Più poteri ai soci»
Chiesta un’assemblea per modificare lo statuto togliendo potere a cda e presidente. Il board: così cambia l’equilibrio della governance. Una quotata non può essere eterodiretta

A Pieve di Soligo si apre uno scontro che ha poco di tecnico e molto di politico. Al centro c’è Ascopiave, la società energetica quotata in Borsa, e il tentativo dell’azionista di riferimento Asco Holding, controllata da 78 comuni del territorio, di intervenire in modo profondo sul suo statuto e sugli equilibri della governance.
Per molti osservatori si tratta di un vero e proprio tentativo di invasione di campo della politica nella gestione di una società quotata, con il rischio di trasformare una public company di mercato in una realtà di fatto eterodiretta.
Il confronto si è aperto il 26 febbraio 2026, quando Asco Holding ha inviato al Consiglio di amministrazione di Ascopiave una proposta articolata di modifiche statutarie chiedendo la convocazione di un’assemblea straordinaria dei soci.
L’obiettivo dichiarato è aggiornare alcuni aspetti della governance e rafforzare il ruolo dell’assemblea dei soci. Ma la risposta del Consiglio di amministrazione lascia capire che la questione è molto più delicata. Nella lettera inviata alla holding il Cda chiede chiarimenti formali e sottolinea come l’insieme delle modifiche proposte possa incidere profondamente sull’autonomia della società quotata.
Il punto centrale riguarda proprio lo spostamento del baricentro decisionale. Le modifiche statutarie proposte dalla holding prevedono infatti di attribuire all’assemblea competenze oggi in capo al Consiglio di amministrazione. Tra queste ci sono decisioni come il trasferimento della sede sociale, l’istituzione o la soppressione di sedi secondarie e alcune operazioni straordinarie. In sostanza, una serie di scelte tipicamente gestionali verrebbero riportate sotto il controllo diretto dei soci.
Nella lettera di risposta il Consiglio di Ascopiave mette in evidenza che questo approccio rischia di ribaltare il modello di governance tipico delle società quotate, dove il Cda rappresenta il centro delle decisioni strategiche e gestionali. Secondo il Consiglio, lette nel loro complesso, le modifiche proposte porterebbero a uno spostamento sistematico del potere decisionale dall’organo amministrativo all’assemblea dei soci, riducendo l’autonomia gestionale della società.
Non è un dettaglio. Ascopiave è quotata in Borsa da quasi vent’anni e ha costruito nel tempo un assetto di governance allineato alle best practice delle società quotate. Il Consiglio di amministrazione è composto da sette membri, con una maggioranza di amministratori indipendenti e comitati interni dedicati al controllo e alla remunerazione, secondo le regole del Codice di Corporate Governance. Intervenire in modo così diretto sulla struttura dei poteri significa entrare nel cuore della governance.
Un altro fronte di scontro riguarda il rapporto tra Consiglio di amministrazione e management. La proposta della holding introduce l’incompatibilità tra la carica di amministratore e quella di direttore generale e stabilisce che il direttore generale non possa essere scelto tra i membri del Consiglio. Inoltre verrebbe vietata la possibilità di attribuire deleghe operative al presidente. In questo momento questi ruolo sono sintetizzati da Nicola Cecconato, sotto la cui guida Ascopiave ha realizzato un cambio di modello di business molto ambizioso, passando da società con una forte esposizione al mercato ad un gruppo che ha il proprio core business in un settore regolato come la distribuzione del gas.
I risultati sono stati un cambio di paradigma anche finanziario oltre che industriale: con la marginalità che dal 2019 pesa oggi oltre il 50% sui ricavi, triplicata rispetto al 2018. Con una forza patrimoniale raddoppiata, grazie ai grandi investimenti fatti nell’espansione della distribuzione. E, elemento ancora più importante per una società quotata con un socio pubblico, il fatto che c’è stata una stabilizzazione dei dividendi nonostante le condizioni avverse che ha subito il mercato dell’energia e nonostante si siano in questi anni affrontati investimenti per oltre un miliardo.
Ascopiave ha poi elargito 284 milioni di dividendi dal 2019 al 2024. Nel 2025 i numeri sono anche migliori: con un ebitda a 154 milioni (+49%), un utile netto a 86,8 milioni (+142%) e una cedola ai soci a 16 cent pari a totali 34,6 milioni.
Va da sè che di fronte a questi risultati la separazione rigida tra indirizzo strategico e gestione operativa diventa economicamente incomprensibile. Ma c’è di più perché il cda di Ascopiave sottolinea nella sua risposta che questa scelta non trova riscontro nella prassi delle società quotate e rischia di creare rigidità organizzative. Nella governance attuale della società l’ad ricopre anche il ruolo di direttore generale, un modello diffuso nel settore utilities e adottato dal 2022 proprio per ragioni di efficienza gestionale.
La proposta della holding interviene anche sul tema dei compensi. Il Consiglio di Ascopiave osserva che la società ha già una politica di remunerazione conforme agli standard del mercato, con una componente variabile legata ai risultati. Ma il passaggio più delicato della lettera riguarda il tema dell’autonomia della società quotata rispetto alla controllante. Il Consiglio richiama anche le possibili ricadute sul posizionamento della società nei mercati finanziari. Ascopiave fa parte del segmento Euronext Star Milan, che riunisce le società con standard elevati di governance e trasparenza. Alcune delle modifiche proposte potrebbero creare criticità rispetto ai requisiti richiesti per la qualifica, con possibili effetti sul titolo e sull’attrattività per gli investitori istituzionali.
La vera posta in gioco non è quindi solo la modifica statutaria, ma il rischio che una società quotata finisca sotto una forma di eterodirezione politica incompatibile con gli standard del mercato. Oltre al fatto che le delibere del cda di Asco Holding dovevano passare per l’assemblea del veicolo che riunisce i comuni soci, come previsto dallo statuto, cosa non verificatasi, a dimostrare che la manovra sta avvenendo all’oscuro di molti comuni soci.
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