Niente esuberi e stop chiusure, modello Beko per Electrolux
Il ministro Adolfo Urso pensa all’azienda turca che presentò un piano lacrime e sangue successivamente modificato

Modello Beko. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, per risolvere la grana Electrolux, punta dritto lì, dove la sua opera di mediazione e tessitura ha avuto successo.
Ovvero ripercorrere, a grandi linee, la strada intrapresa all’inizio del 2025 che ha portato a una soluzione dell’impasse per la multinazionale turca dell’elettrodomestico, accettata da Confindustria, sindacati e parti sociali. Il piano Beko è ancora in fase attuativa, ma procede senza scossoni o fraintendimenti.
Urso lo ha ribadito lunedì, durante la prima riunione sulla crisi annunciata dalla multinazionale svedese, non appena l’ad di Electrolux Italia Massimiliano Ranieri aveva finito di illustrare, con supporto di numerose slide, i perché e i percome si era arrivati in un vicolo cieco che significa 1.719 licenziamenti, dei quali almeno 570 tra Veneto e Friuli Venezia Giulia e la chiusura di una fabbrica, quella marchigiana.
«Anche nelle situazioni più difficili si può arrivare a un accordo che non lasci nessuno indietro», aveva ammonito il ministro al tavolo del Mimit, «noi siamo pronti a fare la nostra parte per evitare licenziamenti, mantenere aperti gli stabilimenti e prospettiva produttiva. Lo abbiamo dimostrato con Beko. Anche in questo caso lavoriamo insieme, con responsabilità».
Concetti ripetuti ieri, a margine dell’assemblea di Confindustria a Roma, entrando nei dettagli di misure che si potrebbero adottare. «Al Consiglio competitività, che si terrà giovedì a Bruxelles, è mia intenzione porre il problema del riconoscimento dell’elettrodomestico come settore strategico al pari dell’auto», ha spiegato il ministro, «così che lo si possa tutelare, per esempio con l’Industrial accelerator act, così come soprattutto nella revisione del Cbam e delle altre procedure».
Salvare la filiera del bianco in territori come il Trevigiano e il Pordenonese, del resto, è prioritario anche per Paola Carron, presidente di Confindustria Veneto Est che, commentando il discorso del numero uno degli industriali Emanuele Orsini, ha lanciato un appello: «non c’è più tempo da perdere, non possiamo disperdere filiere strategiche come l’elettrodomestico e l’acciaio. Rivolgiamo un appello forte al governo, a tutte le forze politiche e all’Ue affinché agiscano in modo tempestivo. Possiamo ancora vincere e volare alto».
Frasi di speranza, da parte di Carron, che fanno trasparire la volontà di mettercela tutta nel risolvere una situazione che, oggettivamente, è complicata.
Ma quali sono le analogie tra le due crisi di gruppi internazionali che nel tempo avevano rilevato importanti marchi del Belpaese, da una parte Indesit-Merloni, dall’altra Zanussi?
Tutto inizia nel novembre 2024, quando Beko, come oggi Electrolux, presenta un piano lacrime e sangue, indigeribile da lavoratori, sindacati, amministratori locali, parti sociali, governo. Ovvero 2.000 esuberi da spartire nei vari stabilimenti, in Lombardia, Toscana, Marche e Campania, la chiusura della fabbrica in provincia di Siena e una drastica riduzione generalizzata della produzione, dai frigoriferi a incasso alle lavatrici.
Maggio 2026, la storia si ripete. Il piano Electrolux è molto simile a quello dei concorrenti Beko, prevede le stesse lacrime e sangue: 1.719 licenziamenti, addio a una fabbrica, quella di Cerreto d’Esi nelle Marche, forte ridimensionamento della produzione, che resiste solo per l’alto di gamma.
Reazioni identiche in un caso e nell’altro: non si può fare, il tessuto economico e sociale delle aree colpite sarebbe a rischio. Per Beko seguono mobilitazione permanente degli operai, interrogazioni parlamentari, vertici al Mimit, mesi di trattative. Ma alla fine la quadra viene trovata.
Il 14 aprile 2025 è giorno di festa al Mimit, dove Urso benedice l’accordo quadro Beko, approvato nelle assemblee dall’88% dei dipendenti, parlando di «grande successo del sistema Italia».
Nel dettaglio, l’intesa – sottoscritta da azienda, organizzazioni sindacali, dicasteri competenti, Invitalia, Regioni ed enti locali – prevede l’accantonamento dei licenziamenti collettivi. Con la firma Beko avvia un Piano Italia da 300 milioni di euro di investimenti, destinati all’innovazione dei prodotti e all’ammodernamento degli impianti, per assicurare continuità produttiva e tutela occupazionale in tutte le fabbriche. Rispetto al piano industriale originario gli esuberi sono stati più che dimezzati, passando da quasi 2.000 a circa 950 e vengono gestiti con uscite volontarie e incentivate fino a 90 mila euro o scivoli pensionistici.
Il documento precisa, inoltre, l’attivazione di servizi di outplacement per favorire la ricollocazione professionale. Il governo, da parte sua, si impegna a tutelare l’occupazione per l’intera durata del piano, garantendo l’utilizzo degli ammortizzatori sociali disponibili e, se necessario, attivando strumenti aggiuntivi. Assicurato anche il futuro produttivo al sito di Siena, che doveva essere tagliato. Invitalia ha acquisito il sito e ha creato le condizioni per la reindustrializzazione e l’individuazione di un nuovo investitore.
Finirà così anche per Electrolux? Il sistema Italia gradirebbe di sicuro un epilogo simile a quello raggiunto per Beko e non può permettersi l’impoverimento industriale di aree importanti come il Pordenonese, dove c’è anche il cervello operativo di Electrolux, e il Trevigiano. Ora però bisognerà capire cosa vuole davvero fare l’azienda. Appuntamento al 15 giugno, dove si scopriranno le carte.
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