Il mobile europeo è sotto pressione tra l’avanzata cinese e i dazi interni
L’assemblea generale della European Panel Federation a Milano lancia l’allarme: persi oltre 60.000 posti di lavoro in due anni, il fatturato è sceso da 121 a 114 miliardi e oltre mille imprese in Europa sono scomparse. L’appello corale alle istituzioni europee perché rivedano Cbam e Ets per non penalizzare di più la manifattura

Oltre 60.000 posti di lavoro persi in due anni, un fatturato sceso da 121 a 114 miliardi di euro e quasi mille imprese scomparse dal panorama produttivo del vecchio continente. È il quadro con cui oggi deve fare i conti l’industria europea del mobile, mentre cresce la pressione delle importazioni cinesi e le aziende denunciano l’impatto di costi energetici e regolazioni sempre più onerosi. Numeri e temi che hanno tenuto banco, ieri, all’assemblea generale della European Panel Federation (Epf), riunita a Milano, nella sede della Regione Lombardia, per discutere del futuro della competitività del settore.
Ad illustrare i dati, alla vigilia dell’assise, è stato Edi Snaidero, presidente di Efic, la federazione europea delle industrie del mobile. Numeri che ieri hanno fatto da sfondo al dibattito assembleare, che si è concentrato sulla perdita di competitività della manifattura in Europa e sulla marcia dei prodotti cinesi nel mercato del vecchio continente. Uno scenario in cui l’Italia continua tuttavia a mostrare una maggiore capacità di tenuta, con un fatturato del settore pari a 26,6 miliardi e livelli occupazionali sostanzialmente stabili. Una resilienza che non mette però il comparto al riparo dalle difficoltà.
La sfida cinese
Una delle principali minacce – secondo Paolo Fantoni, presidente di Assopannelli – resta la crescente pressione competitiva esercitata dalla Cina sulla filiera europea del legno-arredo. «Per i produttori di pannelli – spiega l’industriale friulano – il problema non è la concorrenza diretta sul prodotto, ma la perdita di quote di mercato dei produttori europei di mobili». Sempre stando ai dati di Efic, tra il 2019 e il 2025 le importazioni europee di mobili dalla Cina sono aumentate del 56 per cento in valore e del 63 per cento in volume. Un dato che fotografa la crescente pressione competitiva esercitata dai produttori asiatici sul mercato europeo.
Il nodo Ets e Cbam
Non bastasse, ad azzoppare la competitività delle imprese attive nel vecchio continente, ci sono norme che pesano alla stregua di dazi interni. Leggi: Cbam (meccanismo europeo che applica un costo alle importazioni in base alle emissioni incorporate nei prodotti) ed Ets (sistema europeo di scambio delle quote di emissione). Strumenti sui quali l’assemblea generale di Epf ha chiesto all’Europa di intervenire per far sì che gli strumenti inizialmente pensati a supporto della transizione non si traducano in un ulteriore svantaggio competitivo per l’industria.
Tra le richieste avanzate dal settore figura l’esclusione dell’urea – materia prima strategica per la produzione delle resine impiegate nei pannelli – dal Cbam. «Nel mio rapporto l’urea è esclusa dal campo di applicazione del Cbam», ha ricordato l’eurodeputato Massimiliano Salini, relatore per la commissione Industria del Parlamento europeo sul dossier.
Industria a rischio
Preoccupazioni e richieste condivise che si sono fatte allarme nell’intervento di Antonio Gozzi. Per il presidente di Federacciai e vicepresidente di Confindustria, l’Europa corre infatti il rischio di sacrificare la propria base industriale nel nome della transizione ecologica. «Rischiamo che la decarbonizzazione si trasformi in deindustrializzazione».
Nel mirino dell’acciaiere, soprattutto il sistema Ets, «che ha progressivamente perso la funzione originaria di incentivo alla riduzione delle emissioni per trasformarsi in un costo aggiuntivo per le imprese, aggravato dalla presenza di operatori finanziari nel mercato delle quote di CO2». Per Gozzi il nodo è tutto in un paradosso: mentre negli ultimi dieci anni l’Europa ha ridotto le emissioni di circa 900 milioni di tonnellate di CO2 – grazie alla sostituzione del carbone con il gas, alla crescita delle energie rinnovabili e a causa della chiusura di impianti e delle delocalizzazioni –, la Cina, in cinque anni, ha aggiunto quasi 2 miliardi di tonnellate di emissioni annue con la costruzione di nuove centrali a carbone. «Ha senso? Io non credo», ha concluso tranchant il numero uno di Federacciai.
Patto per la manifattura
Una parte delle preoccupazioni espresse dalla filiera ha trovato eco anche nell’intervento del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, che ha indicato in competitività, energia e mercato unico le tre priorità per l’industria europea, richiamando la necessità di contrastare le pratiche commerciali sleali e di evitare che strumenti come il Cbam si traducano in un aggravio di costi per i produttori continentali.
A tirare le fila dei lavori è stato infine il presidente dell’Epf, Pablo Figueroa Lopez, che ha richiamato l’attenzione sulle principali criticità che gravano sul settore: dalla carenza di materia prima legnosa all’eccesso di regolazione, fino alle questioni commerciali e al crescente peso delle importazioni dalla Cina. Tra i dossier più delicati figurano inoltre l’attuazione dell’Eudr e la necessità di garantire che le politiche europee sulla sostenibilità restino compatibili con la competitività industriale.
«Sosteniamo pienamente gli obiettivi ambientali, ma obiettivi che consentano alla nostra industria di restare viva» ha concluso, chiedendo un nuovo patto industriale europeo capace di accompagnare la decarbonizzazione senza spingere fuori produzione e investimenti.
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