Nierling: «Il vero pericolo è perdere competenze maturate in decenni»
L’analisi di Josef Nierling, ad di Porsche Consulting Italia:«Per proteggere la competitività occorre un’accelerazione negli investimenti e nella velocità di innovazione»

«Quello che vediamo nell’area del Nordest rispecchia quello che sta facendo la Cina a livello globale». Secondo Josef Nierling, amministratore delegato di Porsche Consulting in Italia, il fenomeno è reale: l’interesse dei cinesi verso questo territorio sta aumentando. E, probabilmente, per un motivo preciso: «Nel passato i cinesi erano più focalizzati sul mattone. Probabilmente perché dietro c’erano anche investimenti che servivano per il commercio. Questo genere di investimenti c’è ancora, però adesso si vede anche uno spostamento verso le tecnologie legate al manifatturiero».
Che cosa cerca esattamente oggi un investitore cinese quando entra nel capitale di un'azienda italiana?
«Ci sono diversi investimenti che servono per accedere a know-how di nicchia o anche a competenze regolatorie. Ad esempio, alcuni investimenti sono stati fatti nel medicale, come il caso di CareFusion, a Rovigo. Quando si vuole entrare in questo settore, che è più regolamentato, sicuramente fare degli investimenti locali aiuta. L’altro tema è l’accesso alle filiere europee. L’interesse non è solo acquisire tecnologie, anche perché la Cina ormai ha una capacità di innovazione talvolta superiore alle società europee. Però acquisire in Europa permette ai cinesi l’accesso alle nostre filiere. Il terzo punto è utilizzare la nostra reputazione industriale. L’Europa può rappresentare un punto di passaggio per poter poi andare su altri mercati sfruttando la reputazione delle nostre industrie. Poi sicuramente c’è anche la volontà di fare un’accelerazione. Talvolta comprano tecnologie specifiche o di nicchia, ma i cinesi, anche per mezzi di capitale e per approccio, sono più bravi a fare scala e soprattutto ad accelerare nell’innovazione. Quindi acquisiscono delle tecnologie, ma poi le innovano con cicli molto più veloci dei nostri e riescono a scalare molto di più. Anche con costi, ovviamente, più bassi».
Qual è il pericolo più grande in tutto questo?
«Non è tanto il problema di perdere singole aziende, ma più che altro quello di perdere competenze accumulate in decenni e quindi perdere un vantaggio competitivo di più lunga durata».
Quali sono invece le opportunità che potrebbero aprirsi?
«Questi investimenti portano capitale, prima di tutto. E le nostre aziende hanno bisogno di capitale. Questo permette il rilancio di tante imprese che magari sono un po’ stagnanti. È possibile quindi dare continuità industriale, anche nei passaggi generazionali, e permettere effettivamente al territorio di mantenere l’occupazione. D’altra parte, così come ai cinesi permettiamo di attingere alle catene del valore europee e internazionali attraverso le nostre aziende, attraverso la creazione di joint venture possiamo accedere anche a nuovi mercati».
I dati mostrano più investimenti in Emilia Romagna, significa che Veneto e Friuli Venezia Giulia sono meno attrattive?
«Non necessariamente, ci sono tecnologie che comunque hanno un buon livello di competitività, ma soprattutto un buon mercato. Quindi può dipendere dalla disponibilità all’accesso ai capitali esterni, oppure, dalla presenza di una specifica nicchia che magari è meno interessante per gli investitori cinesi. È ovvio che il fatto che ci sia una maggiore presenza di piccole aziende rispetto all’Emilia-Romagna, rende più difficile individuare qualcosa che poi abbia un potenziale di crescita più ampio».
Cosa possiamo fare per proteggere la competitività?
«Quello che dobbiamo cercare di stimolare negli imprenditori è un’accelerazione negli investimenti e nella velocità di innovazione. I cinesi fanno scala, ma soprattutto lo fanno velocemente. Oggi c’è, per esempio, molta digitalizzazione in tutte le forme, anche negli impianti, nei macchinari. Rischiamo di essere progressivamente sempre più obsoleti. È bene che esista il Golden Power per fermare certe operazioni, ma non è ovviamente la soluzione. La soluzione è stimolare la capacità di innovare, di rimanere sul mercato in maniera forte».
Riproduzione riservata © il Nord Est








