La Cina guarda a Nordest: dalla manifattura alla tecnologia
I dati elaborati da InfoCamere mostrano un aumento delle quote di persone fisiche e giuridiche cinesi a Nordest. Più acquisizioni in Emilia Romagna e in Lombardia

Il Dragone guarda al Nordest, ma lo fa con occhi nuovi. Perché se prima la presenza cinese si concentrava prevalentemente nel settore immobiliare e commerciale, oggi il quadro è cambiato. Attualmente il valore delle quote societarie riconducibili a persone fisiche e giuridiche originarie della Cina, di Hong Kong e di Taiwan nelle aziende nordestine, escluse le società quotate, ammonta a 270 milioni di euro. Un incremento del 31,9% in soli cinque anni, circa il doppio rispetto al dato nazionale: infatti, la crescita in Italia è stata del 14,9%. I dati del Registro delle imprese, elaborati da InfoCamere, mostrano che l'espansione in questo territorio non è solo nel numero di società partecipate, cresciute del 64,8%, ma anche in quello degli investitori, saliti del 51%.
Un nuovo orientamento
Un investimento che prende due forme molto diverse: da un lato, c'è la grande massa di piccole partecipazioni riferibili a persone fisiche, dall'altro, la forte concentrazione del capitale in capo alle persone giuridiche. Sono queste ultime a muovere la maggior parte delle risorse verso le imprese italiane partecipate e a rappresentare il vero motore finanziario: nel Nordest ammontano solo a 191 soci, ma nel 2025 hanno veicolato 228 milioni di euro, pari all'84% del capitale estero totale.

«Spesso se si pensa alla presenza cinese si pensa ancora al modello Prato, legato al settore del commercio, ma ora le cose stanno cambiando», spiega Paolo Ghezzi, direttore generale di Infocamere, «stanno entrando a pieno titolo nella manifattura». Un settore, che concentra oggi 188 milioni di euro di capitale estero: il 69,8% dell'intero ammontare censito nel Nordest. In totale, qui le società partecipate sono 602, e si tratta di investimenti principalmente riferibili a persone giuridiche: in tutto sono 72 e concentrano da sole 182 milioni di euro.
Il settore del commercio e della ristorazione, invece, è quello dove la presenza cinese è più diffusa a livello numerico (in tutto 1.848 società partecipate), ma si tratta di un comparto presidiato quasi esclusivamente da persone fisiche. Il quadro cambia per i servizi avanzati. Nelle attività finanziarie e assicurative, quasi la totalità del capitale (20,7 milioni su 22) fa capo a sei persone giuridiche. Mentre per le attività professionali, scientifiche e tecniche, 17,6 milioni su un totale di 18,5 provengono da 15 soci corporate. Oltre alla manifattura, dunque, è chiaro che ci sia un interesse crescente da parte dei cinesi verso servizi ad alto valore aggiunto, consulenza e ricerca.
Le attività immobiliari, che una volta rappresentavano il settore più interessante per il Dragone, ora si sono molto ridimensionate. Il numero di società partecipate è aumentato da 70 a 179, ma il capitale è sceso dai 69,7 milioni del 2020 ai 3,5 milioni del 2025. C’è stato dunque un riassetto dovuto all’uscita di grandi proprietà corporate. Un trend che si legge anche nel settore delle costruzioni. Insomma, «la presenza cinese è in espansione, e fuori dai settori tradizionali in cui eravamo abituati a vederli operare», sottolinea Ghezzi.
Le disparità regionali
L’interesse verso manifattura e i settori ad alto valore aggiunto potrebbe spiegare anche perché tra tutte le regioni del Nordest, sia l’Emilia Romagna ad attrarre maggiormente la presenza cinese: un capitale sociale pari a 183,9 milioni di euro, di cui solo 16 milioni riferibile a persone fisiche. «La presenza probabilmente è spinta anche dal settore automotive», spiega Ghezzi.
Le grandi proprietà corporate cercano realtà già grandi e strutturate, mentre in Veneto e Friuli Venezia Giulia sono ancora molto frammentate. E i numeri lo riflettono: il Veneto, con 1926 società partecipate, è la prima regione nel Nordest per diffusione territoriale. Ma il capitale estero si ferma a 54,6 milioni di euro, di cui 23 attribuibili a persone fisiche. Si tratta dunque di un’imprenditoria diffusa e frammentata, tipica del commercio e della ristorazione. La storia è diversa per il Friuli Venezia Giulia, dove la diffusione numerica è molto bassa (solo 211 società partecipate per un capitale complessivo di 16,5 milioni) ma la presenza di persone giuridiche è schiacciante: il capitale apportato è di 14,1 milioni. Qui, dunque, la micro-imprenditoria cinese è quasi assente.
Opportunità o minaccia?
«La Cina è in grado di dare supporto a queste imprese che fino a ieri vedeva come competitor». Secondo Paolo Ghezzi, è una buona notizia l’aumento della presenza cinese. Del resto, può essere un segnale d’attrattività. «L’importante è non perderne il controllo», specifica. «Ma questo ancora non sta succedendo».

Di importanti acquisizioni nel Nordest, e in Italia in generale, non ce ne sono state. Adacta Advisory, dal 2020 al 2026 conta 64 deal totali, di questi solo otto in Veneto e Friuli Venezia Giulia. Nel dettaglio, nel 2022 la padovana Alternapak Production, che produce cartoni per alimenti e bevande, è stata acquisita da Greatview Aseptic Packaging. L’anno successivo se ne registrano due: l’acquisizione di Cromsource, attiva nella ricerca clinica, da parte di ClinChoice Medical Development e l’acquisizione di Npe, che produce componenti elettroniche, da parte di Shenzhen H&T Intellingent Control, che ora detiene la quota di maggioranza. Nel 2024, Italia Marittima, che si occupa di trasporto container è stata acquisita da Evergreen Marine, Compositex, specializzata in materiali compositi, da China Hengrui e Carefusion Italy 312, che realizza dispositivi medici, da Hantech Medical Device. L’anno scorso Officine MTM, produttrice di componenti industriali è stata acquisita da Dawang Metals e infine quest’anno HongShan Capital ha acquisito la maggioranza di Golden Goose, produttore di calzature e abbigliamento: un’operazione da 2,5 miliardi, che da sola vale circa il 37% del valore dichiarato di tutte le operazioni censite da Adacta in Italia dal 2020.
Tuttavia, «considerando che in Italia le operazioni M&A sono circa 1.300-1.400 l’anno, i 64 deal registrati in sei anni e mezzo, non bastano per parlare di fenomeno», spiega Paolo Masotti, ad di Adacta Advisory. «Anche perché il governo italiano controlla che cosa viene venduto, e lo fa in modo abbastanza puntuale». E se già il numero nazionale è basso, lo è ancora di più in Veneto e Friuli Venezia Giulia. A trainare, infatti, sono Emilia Romagna e Lombardia, con un totale di 40 operazioni.
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