Mobile, imprese contro Bruxelles: «Stop al dazio Ue o rincari del 40%»

Efic, EPf e Assopannelli chiedono di eliminare la tassa sull’urea importata introdotta a gennaio 2026, che ha provocato un incremento del 12% dei costi. Fantoni: «Al momento non esistono alternative meno inquinanti utilizzabili»

Arianna Salvatori

 

Il Cbam sull’urea dev’essere sospeso. È questo l’appello che da mesi la filiera del legno arredo sta facendo all’Unione europea. Fino a oggi, non si è ottenuto nulla, ma le speranze ora sono riposte sull’incontro di settembre. «Ci presenteremo con Efic (confederazione europea dei produttori di mobili) e Epf (federazione europea dei produttori di pannelli)», spiega Paolo Fantoni, presidente di Assopannelli e presidente dell’omonimo gruppo con sede a Osoppo. «Speriamo che altre categorie si uniscano a questo sollecito». Le tassazioni sull’urea, infatti, colpiscono pesantemente anche il settore agricolo e dei trasporti.

Il Cbam, acronimo di Carbon Border Adjustment Mechanism, è una normativa che l’Ue ha introdotto lo scorso primo gennaio. In poche parole, si tratta di una tassa sulle importazioni di materie prime che per essere prodotte generano elevate quantità di CO2. Tra queste c’è l’urea, un condensato del gas che ha diversi utilizzi, tra cui quello di essere usato per produrre i collanti usati dall’industria del legno. Un settore che già subisce la crescente competizione cinese, e che ora è messo ancora più sotto pressione.

«La misura applicata a partire dal primo gennaio 2026 rappresenta il primo quarto della tassazione Cbam. Sull'urea corrisponde a circa 45 euro a tonnellata», spiega Fantoni. «Considerando che il prezzo dell'urea a dicembre dello scorso anno si attestava attorno ai 400 dollari a tonnellata, questo primo step rappresenta già un incremento del 12%. Nell'arco dei 4 anni», aggiunge, «a regime si arriverà a un incremento di circa 180 euro a tonnellata: un aumento del 40%».

La crisi del settore si legge dai numeri. Il legno arredo italiano, nel primo trimestre 2026 ha registrato un calo delle esportazioni pari al meno 5,2%, attestandosi a 4,4 miliardi. La perdita più significativa in valore assoluto è stata quella legata al mercato degli Stati Uniti, dove le esportazioni sono calate del 15,4%. Ma l’export è diminuito anche in Germania (-6,9%) e Francia (-3,4%), rispettivamente il secondo e il primo Paese di esportazione della filiera. Allo stesso tempo, le importazioni di mobili solo nel mese di aprile hanno toccato il picco del 19,6%, trainate soprattutto dalla Cina.

Lo scenario, se non si riuscisse ad ottenere una sospensione, per la filiera del legno è preoccupante. Per ora, il settore non può fare a meno dell’urea. E non può neanche reggersi sulla produzione interna, che al momento copre solo il 20% del fabbisogno. Il resto, viene importato principalmente da Egitto (che copre quasi metà del fabbisogno), Algeria, Federazione Russa. «Negli ultimi 6–7 anni l'Europa ha chiuso molta capacità produttiva di urea perché il gas in Europa costava molto più che nei paesi d'origine», commenta il presidente Fantoni. «L'aumento dei prezzi internazionali spingerà i produttori europei a valutare un incremento della produzione, ma per questo servono anni».

Allo stesso tempo, ancora il mercato non offre soluzioni meno inquinanti a prezzi competitivi. L'alternativa principale è rappresentata dagli isocianati, però, spiega il presidente, «costano circa il doppio e presentano svantaggi dal punto di vista della salute negli ambienti di lavoro durante la fase di incollaggio». Oltre a questo, al momento si stanno facendo sperimentazioni su collanti bio-based: «Li abbiamo testati ma non offrono ancora le stesse caratteristiche tecniche», sottolinea. «Tra un decennio la tecnologia dei collanti bio sarà più affinata, ma al momento siamo poco oltre la fase sperimentale».

Cercare un equilibrio tra politiche ambientali e mantenimento della competitività industriale è difficile, secondo Fantoni. «Negli ultimi dieci anni l'Europa ha ridotto le proprie emissioni di CO2 principalmente riducendo la propria capacità industriale, non attraverso un reale salto tecnologico. Non è un modello sostenibile: dobbiamo sviluppare tecnologie alternative o trovare soluzioni per salvaguardare la presenza dell'industria nel nostro continente».

Dello stesso avviso è Edi Snaidero, presidente della Efic, che raggruppa 110.000 aziende e un milione di lavoratori nel settore del mobile. «Il problema di fondo è sempre lo stesso: si vuole definire come fare le cose invece degli obiettivi che si vogliono raggiungere», commenta. «Oggi la situazione geopolitica è diversa rispetto a qualche anno fa. Ci sono altre preoccupazioni. Però correggere decisioni già prese è difficilissimo». Per Snaidero, le priorità sono chiare: «Prima bisogna difendere le famiglie e le fabbriche, e poi fare le cose per l'ambiente in modo intelligente, non ideologico».

 

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