«Imprese, investite negli Usa ma tenete qui le competenze»
L’analisi di Alec Ross, consigliere dell’amministrazione Obama per l’innovazione. «L’Europa deve produrre energia, tecnologie e difesa su scala adeguata»

«Il futuro non è esportare prodotti italiani a basso costo, ma rendersi difficili da sostituire».
Ne è convinto Alec Ross, consigliere dell’amministrazione Obama per l’innovazione e docente alla Bologna business school, uno degli economisti e imprenditori più conosciuti nel campo delle nuove tecnologie e delle startup che invita il sistema industriale del Nordest a «diversificare mercati e catene di fornitura, rafforzare la presenza commerciale diretta e investire in tecnologia». Tutti strumenti necessari per affrontare questa fase di turbolenza geopolitica.
Il rapporto tra Stati Uniti ed Europa, e ora in particolare l’Italia, è sempre più complesso. È una crisi temporanea del legame transatlantico o durerà oltre Trump?
«È entrambe le cose. Trump accelera e rende più rapido un cambiamento già in corso: gli Stati Uniti restano una potenza europea, ma sono più concentrati sulla Cina e meno disposti a sostenere da soli il costo dell’ordine transatlantico. Anche dopo Trump, Washington chiederà agli europei più difesa e capacità industriale. L’alleanza non è finita, ma il periodo della dipendenza comoda sì. L’Italia deve restare atlantica, senza confondere l’alleanza con la subordinazione.
L’Europa deve quindi prepararsi a una maggiore autonomia economica, industriale e geopolitica?
«Gli Stati Uniti resteranno il partner strategico più importante dell’Europa, ma non possono sostituirne la capacità. Autonomia non significa equidistanza tra Washington, Pechino e Mosca. Significa essere un alleato più forte: produrre energia, tecnologie e difesa su scala adeguata. Oggi l’Europa è spesso l’arbitro invece di una squadra in campo. Deve completare il mercato unico, mobilitare il risparmio verso le imprese e negoziare come una potenza economica. La sovranità senza capacità è retorica.
Nel suo libro parla di Italian Dream. Quale dovrebbe essere oggi il grande progetto con cui l’Italia può crescere?
«È necessario costruire una modernità italiana, non una copia sbiadita dell’America. Significa trasformare bellezza, comunità, creatività, manifattura e qualità della vita in fonti contemporanee di crescita. Servono capitale per le imprese che possono crescere, ricerca applicata, infrastrutture digitali ed energetiche, una pubblica amministrazione che abiliti e un vero passaggio di potere ai giovani. Il sogno indica la destinazione; il pragmatismo costruisce la strada. L’Italia non manca di talenti, ma di fiducia e disciplina per portarli a scala.
Lei sostiene che il principale problema italiano sia la fuga dei cervelli. Come si attraggono i giovani talenti?
«Pagandoli meglio, promuovendoli prima e giudicandoli per ciò che sanno fare, non per età, cognome o relazioni. I giovani non partono soltanto per salari più alti. Cercano sistemi più leggibili, dove il merito produce avanzamento, un’idea può essere sperimentata e un fallimento non diventa una condanna. L’Italia tratta ancora troppi trentenni come apprendisti. Servono responsabilità reali, successioni chiare, alloggi accessibili nelle città produttive e più collaborazione tra università e impresa. Andare all’estero può formare; essere costretti a restarci impoverisce il Paese».
L’intelligenza artificiale sta ridisegnando gli equilibri economici globali. L’Italia che ruolo può ritagliarsi?
«L’Italia difficilmente costruirà il più grande modello linguistico generalista, ma sarebbe sbagliato misurare tutta l’Ia su quella gara. Distinguo tra Ia percettiva, generativa, agentica e fisica. La grande opportunità italiana è nell’Ia fisica e industriale: macchine, sensori, robot, software e competenze umane che operano insieme nel mondo reale. Qui l’Italia parte forte nella meccatronica, nell’automazione, nei materiali, nel design e nella produzione specializzata. Il rischio maggiore non è non inventare tutto, ma non adottare abbastanza rapidamente ciò che aumenta produttività, qualità e sicurezza.
Il Nordest italiano è una delle aree più manifatturiere ed esportatrici d’Europa. Quali sono i maggiori rischi per le nostre imprese?
«Il rischio immediato è l’aumento di costi e incertezza: dazi, regole d’origine, volatilità valutaria e investimenti rinviati. Quello strategico è che imprese eccellenti nella produzione restino troppo piccole, sottocapitalizzate o dipendenti da pochi mercati e fornitori. La qualità protegge parzialmente dal prezzo, non dalla geopolitica».
Molte aziende venete e friulane stanno valutando investimenti produttivi negli Stati Uniti. Crede che questa tendenza sia destinata a rafforzarsi?
«Sì. Gli Stati Uniti offrono un mercato enorme, energia, capitale, incentivi e una crescente preferenza politica per ciò che viene prodotto localmente. Per alcune imprese, produrre lì sarà una forma di assicurazione commerciale. Bisogna però evitare che internazionalizzazione significhi svuotamento della base italiana. La formula migliore è mantenere in Italia ricerca, ingegneria, competenze distintive e fornitori strategici, usando la produzione americana per avvicinarsi al cliente e ridurre il rischio politico. Investire negli Stati Uniti deve ampliare l’impresa italiana, non sostituirla».
Lei indica nella combinazione tra Ia e manifattura una grande opportunità per l’Italia. Quali settori possono beneficiare maggiormente di questa trasformazione?
«Tutti quelli in cui qualità, personalizzazione e precisione contano: macchinari, automotive, farmaceutica, dispositivi medici, agroalimentare, moda, arredamento, ceramica e logistica. L’Ia può anticipare guasti, ridurre scarti ed energia, controllare la qualità in tempo reale, accelerare la progettazione e rendere sostenibili produzioni personalizzate. Può anche preservare competenze artigianali rendendole insegnabili. Non si tratta di sostituire l’artigiano con l’algoritmo, ma di dargli strumenti più potenti. La tradizione è più forte quando diventa piattaforma per innovare, non reliquia».
Quale consiglio darebbe agli imprenditori del Nordest che guardano al mercato americano?
«Puntare decisamente verso l’alto. Le imprese del Nordest non possono e non devono competere sul prezzo più basso con il Messico o con altri sistemi produttivi che hanno costi strutturalmente inferiori. Devono competere sulla qualità, sull’affidabilità e sulla capacità di risolvere problemi complessi meglio di chiunque altro. Negli Stati Uniti un cliente industriale è disposto a pagare di più quando sa che una macchina funzionerà, che le consegne saranno rispettate e che, quando emerge un problema, il fornitore risponderà immediatamente. Questo richiede una profonda integrazione con i clienti: comprendere i loro processi, progettare insieme, personalizzare le soluzioni e diventare parte della loro catena del valore, non semplicemente un venditore esterno».
Nel dopoguerra il sogno americano ha ispirato generazioni di imprenditori. Oggi esiste ancora oppure siamo entrati in una fase in cui l’Europa e l’Italia devono immaginare un modello diverso di sviluppo?
«Il sogno americano esiste ancora come aspirazione alla mobilità, alla possibilità di reinventarsi e alla ricompensa del lavoro. Oggi, però, disuguaglianze, polarizzazione e perdita di fiducia ne indeboliscono la promessa. L’Italia non deve rinnegare l’America; deve smettere di imitarla. Il sogno italiano costruisce crescita e rinnovamento a partire da bellezza, comunità, creatività, innovazione, qualità della vita e fiducia. Non sceglie tra mercato e società, tradizione e tecnologia, ambizione e umanità: prova a usarli insieme. L’autodeterminazione non è antiamericana. È il segno di un Paese adulto».
Riproduzione riservata © il Nord Est








