Illycaffè: ricavi a quota 700 milioni di euro
La ceo Cristina Scocchia e il bilancio 2025: puntiamo sull’Europa, prime criticità per l’Iran. Bene tutti i maggiori mercati, rigore e investimenti hanno limitato l’impatto dei prezzi sui margini

«Siamo molto contenti, aver raggiunto questi risultati mostra la bontà delle strategie che abbiamo seguito in anni molto difficili».
Cristina Scocchia, ceo di Illycaffè, sintetizza così la soddisfazione per i risultati del bilancio 2025 dell’azienda triestina, che ha visto i ricavi crescere del 12% a tassi di cambio costanti, arrivando per la prima volta alla soglia dei 700 milioni di euro, duecento milioni in più del 2021.
«Uno degli aspetti principali è che questo andamento riflette una crescita di tutti i maggiori mercati sui quali operiamo, un risultato importante in un contesto tanto difficile, tra aumento dei prezzi del caffè verde, dazi e guerre», spiega.
Dottoressa Scocchia, partiamo dai prezzi del caffè, mai così alti come l’anno scorso.
«Dopo il 2024, dove erano cresciuti del 40%, pensavamo di aver visto il peggio. Invece anche nel 2025 la corsa non si è fermata. Il prezzo medio dell’anno scorso, pari a 368 centesimi di dollaro alla libbra, è più alto del 50% rispetto al 2024 e tre volte la media dal 1972, da quando sono disponibili le quotazioni».
Che cosa comporta operare con prezzi simili?
«Ti pone di fronte a scelte difficili. Devi essere pronto ad assorbire una parte dei rincari, per cercare il giusto equilibrio tra volumi e valore, ma allo stesso tempo abbiamo scelto di continuare a investire in innovazione di prodotto e commerciale. Tanto più il mare è in tempesta, tanto più devi investire, altrimenti non ti sottrai alla stagnazione strategica».
Com’è andata l’Italia?
«L’Italia rappresenta circa un terzo dei nostri ricavi ed è cresciuta del 14%, un risultato storico per un mercato dove la nostra penetrazione è già elevata. Gli investimenti ci hanno permesso di crescere sia nell’Horeca che nella grande distribuzione. I clienti hanno apprezzato sia le nuove capsule X-Caps, che permettono di assaporare la miglior qualità in tazza, sia le capsule totalmente compostabili».
Negli Stati Uniti avete sofferto i dazi?
«A tassi di cambio costanti, le vendite sono cresciute del 20%. Sono alcuni anni che, per noi, gli Stati Uniti sono la seconda priorità, dopo l’Italia, e le scelte fatte ci hanno permesso di superare l’effetto dazi. Gli americani amano il gusto italiano e abbiamo ottenuto ottimi risultati nell’horeca, nella Gdo e nell’e-commerce, dove abbiamo stretto un accordo con Amazon che ci sta dando soddisfazioni, con una crescita delle vendite a doppia cifra. Gli Stati Uniti valgono il 20% delle vendite e rappresentano il nostro secondo mercato».
Quali altre aree stanno facendo bene?
«L’impegno profuso in Italia e Stati uniti non ci aveva consentito di considerare il resto d’Europa come una priorità. All’inizio del 2025 abbiamo scelto di accelerare, perché vediamo l’Europa come un porto sicuro, solido, al riparo dalle guerre e dai protezionismi. Le vendite nel 2025 sono cresciute del 23%, abbiamo fatto passi strategici come l’acquisto del distributore svizzero, investito in personale e innovazione».
L’aumento dei prezzi del caffè ha inciso sui margini?
«In un contesto tanto sfidante, dove abbiamo continuato a investire, abbiamo comunque raggiunto un ebitda di 90 milioni di euro e un utile netto di 20 milioni (110 e 33 milioni nel 2024, ndr). Abbiamo fatto meglio delle aspettative di inizio anno, mantenendo il rigore sui costi ma investendo anche in risorse umane. A Trieste sono entrate 100 nuove persone, grazie ai lavori per il raddoppio della capacità produttiva e all’entrata in funzione, in estate, della terza linea per il 250 grammi, il nostro cavallo di battaglia. Stiamo anche completando il raddoppio della tostatura, che dovrebbe essere terminato prima dell’estate».
Perché avete rilevato il produttore di macchine da caffè Capitani?
«Era già uno dei nostri fornitori, ora vogliamo presidiare ancora meglio la filiera e sviluppare sistemi in grado di migliorare la qualità in tazza. Stiamo sviluppando nuovi modelli per il consumo a casa».
Quando sul mercato?
«Abbiamo firmato il closing in ottobre, puntiamo ai primi mesi del 2027».
Il caffè, con l’attacco all’Iran, è tornato a salire.
«Purtroppo, sì. Dopo i picchi degli scorsi mesi, era sceso un po’, anche se in misura limitata. Con la guerra è tornato rapidamente a 300 centesimi. La situazione ci costringe a non allentare mai l’attenzione».
Con l’esplosione dei costi dell’energia, temete nuovi rincari?
«Oggi le aziende stanno già scontando il fattore guerra: viviamo in un’era di interdipendenza e nessun fenomeno resta isolato. L’energia è aumenta nell’ultimo mese a 130 euro al Megawattora, mentre a gennaio era a 110. Non sono i massimi del 2022 (tra 300 e 400 euro, ndr) ma è un balzo repentino. I container costano 300, 400 dollari in più, aumento dovuto alla parte variabile del prezzo che dipende dal petrolio. Ci sono già ritardi nelle consegne, dovuti al blocco di Hormuz, mentre la riorganizzazione delle tratte crea intasamenti in altri porti. Anche i trasporti su gomma sono aumentati, complice l’aumento del gasolio. La materia prima per Illycaffè non passa da Hormuz, eppure vediamo già criticità, non solo sui trasporti».
Al di là dei prezzi, che anno sarà questo 2026? Altre operazioni straordinarie?
«Prevediamo di poter crescere, continuando a puntare sulle tre nostre priorità, l’Italia, l’Europa, gli Stati Uniti. Non abbiamo in programma operazioni straordinarie, anche se naturalmente restiamo attenti a valutare le opportunità qualora si presentassero».
Continuando ai ritmi che avete tenuto in questi anni, la soglia del miliardo di fatturato non sembra irraggiungibile.
«È un traguardo che abbiamo in testa per i prossimi 5-6 anni, inutile nasconderlo. Cercheremo di raggiungerlo senza snaturare i valori che abbiamo costruito in oltre novant’anni di storia». —
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