Il cibo per vegetariani spinge Biolab: obiettivo 50 milioni di ricavi in 5 anni

L’azienda goriziana cresce grazie al cambio dei consumi e l’arrivo di Veneto Sviluppo accelera il salto di dimensione. L’ad Santinelli: «Investimenti su macchine e acquisizioni»

Diego D’amelio

 

Prima tofu e seitan preparati artigianalmente in una ex distilleria di 250 metri quadrati. Poi la crescita del giro d’affari, gli accordi con la grande distribuzione, l’inizio dell’export e la moltiplicazione dei prodotti, dal tempeh agli affettati, fino alle preparazioni gastronomiche come burger, falafel e impanati. Infine l’ingresso di un socio finanziario di maggioranza per compiere il salto dimensionale definitivo e puntare ai 50 milioni di fatturato. La storia di Biolab segue l’andamento vorticoso del mercato plant based, il cibo vegetariano che in trent’anni è passato dalla nicchia agli scaffali di tutti i supermercati.

Fondata a Gorizia nel 1991 da Massimo Santinelli, Biolab punta a «portare il fatturato tra 40 e 50 milioni nell’arco di cinque anni», spiega l’imprenditore. Il 2026 dovrebbe chiudersi attorno ai 31 milioni, dopo i 26 del 2025 e i quasi 22 dell’anno precedente. Una crescita da +20% a esercizio. Nel 2002 il fatturato valeva mezzo milione, triplicato nel 2010. Cinque anni dopo i ricavi superano i 10 milioni: «La cultura dei consumi è cambiata e la gente ha scoperto le proteine alternative. Così la grande distribuzione è venuta a cercarci», spiega Santinelli.

Gli inizi sono da pioniere. «Ero operaio in fabbrica e mi sono appassionato alla macrobiotica. Prima cucinavo a casa, poi mi sono rotto le scatole del mio lavoro e ho aperto partita iva», ricorda l’ad, che racconta come «nella mia famiglia non è che ci credessero tanto». E invece Biolab scala le posizioni. Se nel 2023 conta 80 dipendenti, oggi dà lavoro a 180 persone in quattro stabilimenti. Il primo si trova emblematicamente a Gorizia in via dei Vegetariani. Ironia della sorte, l’ultimo dei tre impianti aperti nell’Isontino sorge in un ex macello chiuso ai tempi della mucca pazza. La quarta sede è in Friuli, a San Daniele: un ex centro di affattamento di prosciutto con 33 dipendenti. «All’inizio pensavamo di usarlo anche per tagliare affettati di carne in conto terzi per far quadrare i conti», dice Santinelli, «ma l’abbiamo saturato subito con i prodotti vegetali: lavoriamo su tre linee, a doppio turno, confezionando 25 tonnellate di prodotti a settimana».

L’acquisizione di San Daniele ha permesso di chiudere una filiera che parte dalle materie prime agricole, passando per produzione, pastorizzazione e confezionamento. Biolab consuma 600 tonnellate di soia italiana all’anno e sta lavorando a un progetto per coltivarla in Friuli Venezia Giulia. Produce inoltre 11 tonnellate di tofu e 13 di seitan a settimana, «con richieste doppie rispetto alla capacità, perché l’industria europea non riesce a far fronte alla domanda».

La crescita si innesta su un mercato che vale circa 250 milioni di euro in Italia e oltre 2 miliardi in Europa. «È un segmento giovane, molto femminile e legato alla ricerca di un’alimentazione percepita come più sana», osserva Santinelli, che del settore è un animatore convinto: alle spalle l’organizzazione di un festival vegetariano arrivato a 30.000 presenze, la fresca presidenza assunta del ramo regionale dell’Associazione italiana dell’agricoltura biologica e la produzione per passione di vino e rosa di Gorizia biologici nei 3 ettari dell’azienda agricola Pomerio di sua proprietà.

Tre quarti del fatturato di Biolab vengono dalle private label prodotte per tutte le insegne della grande distribuzione — fra cui Lidl, Coop, Despar, Pam e Conad — mentre il restante 25% è generato dai marchi propri, soprattutto Liveg. Il marchio storico Biolab resta legato a NaturaSì. Il 70% dei ricavi è realizzato in Italia e il resto all’estero. La presenza arriva in una ventina di paesi: Germania, Spagna, Austria, Croazia e Regno Unito fra i mercati principali, con l’adattamento dei prodotti ai gusti delle varie aree geografiche.

Il 2025 è stato l’anno del cambio di scala societario. Dopo l’esperienza con Friulia, entrata nel capitale nel 2019 e uscita cinque anni dopo come da programmi, la società ha aperto la maggioranza a Fvs Sgr, controllata dal fondo Veneto Sviluppo, che ha acquisito il 53% dell’azienda. Nel veicolo hanno investito anche Banca Ifis, lo stesso Santinelli e Itinera. L’imprenditore è rimasto amministratore delegato, nonché regista delle strategie. «Non ho un passaggio generazionale e voglio far crescere l’azienda in modo importante. Un progetto del genere non si fa da soli», spiega l’ad, il cui obiettivo è «aumentare la scala dei macchinari e valutare alcune aziende per possibili acquisizioni, anche per ampliare il ventaglio delle proposte».

Il bilancio 2025 fotografa bene questa fase. Biolab ha investito in impianti, immobili e linee produttive: le immobilizzazioni materiali sono passate da poco meno di 3 milioni a 8,5 milioni. Tra le operazioni figurano l’acquisto degli stabilimenti goriziani di via Ressel e via Monte Santo, precedentemente in locazione, oltre al centro di San Daniele. Il rovescio della medaglia è un temporaneo arretramento della redditività. A fronte della crescita dei ricavi del 20%, il risultato operativo è sceso da 1,9 a circa 1 milione e l’utile netto da 1,24 milioni a 555 mila euro, complici l’aumento delle materie prime di oltre il 30%, la crescita del numero di dipendenti e il rafforzamento delle prime linee manageriali.

Santinelli legge il 2025 come un anno di assestamento. «Abbiamo fatto molti investimenti: pastorizzazione, revamping delle linee di San Daniele, un nuovo magazzino. Il primo semestre 2026 mostra però un incremento importante e stanno risalendo Ebitda e marginalità». La previsione è chiudere il 2026 con l’Ebitda oltre i 3,5 milioni, nonostante il forte rincaro dell’energia: «Per far funzionare le linee e gli ambienti refrigerati, pagavamo circa 50.000 euro al mese di elettricità, oggi siamo quasi al doppio», dice Santinelli.

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