Beltrame: «Il governo agisca subito o rischiamo davvero la recessione»

La presidente di Confindustria Vicenza: «Servono misure immediate, a partire dall’iperammortamento. L’energia pesa per il 10,7% nel paniere dei prezzi, fondamentale scongiurare altri rialzi»

Roberta PaoliniRoberta Paolini
Barbara Beltrame Giacomello, presidente di Confindustria Vicenza
Barbara Beltrame Giacomello, presidente di Confindustria Vicenza

 

«Il governo deve intervenire in tempi brevissimi. Non dico una settimana, ma al massimo due. Abbiamo già visto con il rinvio di alcune misure quanto possano pesare i ritardi». Barbara Beltrame, presidente di Confindustria Vicenza, non ha alcun interesse allo psicodramma in atto nella maggioranza, l’azione di governo non può essere assorbita da altre problematiche se non trovare soluzioni immediate per scongiurare una recessione che rischia di essere un colpo fatale.

Presidente Beltrame, il documento presentato da Confindustria fotografa un contesto a tratti spaventoso.

«Gli scenari sono sostanzialmente due. Se il conflitto dovesse durare poco, il sistema produttivo può resistere. Ma se la guerra si protrarrà, il rischio è che gli effetti sull’economia diventino molto più pesanti. Arriviamo già da anni complessi e con problemi strutturali: inflazione, costi energetici, tensioni geopolitiche. In uno scenario di guerra prolungata, questi fattori rischiano di combinarsi e rallentare ulteriormente la crescita».

Uno dei nodi principali è il caro energia.

«Non riguarda solo le imprese energivore: in realtà entra in tutta l’economia e finisce per frenare la crescita. Se pensiamo che l’energia pesa per circa il 10,7% nel paniere dei prezzi italiani – circa il 5% per i carburanti e il 6% per i costi energetici delle abitazioni – capiamo che siamo già su livelli molto elevati. Se ci fossero ulteriori rialzi, avremmo problemi su produzione, logistica, trasporti e consumi. Lo scenario non sarebbe affatto positivo se la guerra dovesse continuare. In più c’è l’effetto sull’inflazione: quando la fiducia cala, si investe meno e si perde competitività, proprio quella di cui abbiamo bisogno per far crescere la nostra economia».

Gli strumenti a disposizione non sembrano molti, considerando che l’energia resta comunque un costo reale.

«È vero, ma dobbiamo trovare delle soluzioni, perché altrimenti non sopravvivono le aziende e neppure le famiglie. Servono strumenti rapidi, molto rapidi. Penso per esempio all’iperammortamento, che è stato rinviato per il referendum: una cosa che davvero non si può sentire. Servono misure immediate sul costo dell’energia e bisogna prestare molta attenzione alla liquidità delle imprese. Inoltre vanno tutelati gli investimenti, a partire proprio dall’iperammortamento e dal piano Industria 5.0. Non possiamo permetterci politiche altalenanti: prima sì, poi no. Se vogliamo restare un Paese manifatturiero dobbiamo avere politiche industriali coerenti».

Che cosa chiedete concretamente al governo?

«Le richieste le abbiamo già fatte e riguardano alcune misure precise, ma soprattutto chiediamo che si agisca subito. Perché se la situazione peggiora, non soffriranno solo le imprese ma anche le famiglie, che già oggi stanno riducendo la loro capacità di spesa».

E l’Europa?

«L’Europa deve muoversi. Non possiamo chiedere tutto all’Italia. Durante la pandemia siamo riusciti a essere uniti; so che mettere d’accordo 27 Paesi non è semplice, ma questo problema riguarda tutta l’Europa. Non possiamo pensare che ogni Stato affronti da solo una situazione del genere».

A questo si aggiunge il rischio di un ritorno dell’inflazione. La Bce ha già fatto capire di essere pronta ad agire.

«La presidente Lagarde ha detto chiaramente che la Bce è pronta a intervenire se necessario. Ma è una situazione molto delicata. Se l’inflazione è importata, come accade quando salgono i prezzi di gas e petrolio, una stretta sui tassi rischia di frenare ulteriormente la crescita. Per questo serve grande prudenza».

Le imprese temono quindi un doppio shock: energia e tassi.

«È questo il punto. Se a uno shock energetico si aggiunge anche un irrigidimento della politica monetaria, il rischio è di comprimere ulteriormente gli investimenti. Per questo serve grande cautela e, soprattutto, politiche economiche coordinate».

Il decreto bollette è una misura ancora valida?

«Oggi il decreto non copre in modo adeguato tutte le imprese. Molte aziende che non rientrano nella categoria delle energivore si trovano comunque a sostenere costi energetici molto elevati. In alcuni casi, più che una salvaguardia, gli strumenti attuali rischiano di diventare un ulteriore costo. Serve una revisione del provvedimento per rendere le misure più efficaci e più inclusive».

E i crediti d’imposta sull’energia?

«Anche qui bisogna fare attenzione. I crediti d’imposta sono stati uno strumento utile, ma oggi è necessario rivederne il funzionamento. Bisogna distinguere meglio tra imprese energivore e non energivore e garantire che il sostegno raggiunga davvero tutta la filiera produttiva. Il caro energia non colpisce solo alcuni settori: è un problema sistemico».

In questo contesto diventa importante anche diversificare i mercati di esportazione.

«Le imprese italiane hanno dimostrato negli anni una grande capacità di adattamento. Il territorio vicentino, in particolare, ha reagito bene a molti shock: dal Covid ai problemi della logistica fino alle tensioni commerciali. È un sistema molto resiliente, l’industria qui pesa per circa il 38,9% del valore aggiunto, quasi il doppio della media nazionale che si aggira intorno al 19%. Questo significa che per noi il tema della competitività industriale è ancora più centrale».

Qual è la strategia per rafforzarla?

«Diversificare i mercati. Dobbiamo guardare a nuove aree di crescita: Mercosur, India e altri mercati emergenti. Ma non dobbiamo dimenticare neppure l’Europa, dove esistono ancora spazi importanti. L’obiettivo è ridurre i rischi e rendere più solido il posizionamento internazionale delle nostre imprese».

Quanto tempo può aspettare il sistema produttivo prima di avere risposte?

«Molto poco. Le decisioni devono arrivare rapidamente. Se le misure tardano, il rischio è che lo shock economico diventi strutturale e che la frenata della crescita si trasformi in una vera recessione».

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