Dalla crisi di Hormuz alla siccità, la «tempesta perfetta» dell'energia: mercoledì a Udine il forum di Nem

Inflazione al 4,2% spinta dai costi energetici, contraccolpi sul mercato libero ed ecotasse Ue: imprese ed esperti a confronto sulla transizione

Jacopo Giliberto

La locuzione “tempesta perfetta” in genere è intesa in senso figurato, il sopraggiungere di eventi negativi che, sommati nello stesso momento, creano un disastro. In questi mesi la tempesta perfetta nel settore dell’energia assume anche un senso letterale, il significato di tempesta in senso meteorologico.

Ci sono i bisticci internazionali e le guerre terrificanti, i missili su raffinerie e oleodotti, i droni contro le navi metaniere, lo strangolamento di Hormuz. Da anni in tutto il mondo le raffinerie sono chiuse per motivi ambientali o di politica industriale e i grandi impianti di raffinazione sono stati concentrati in prossimità dei giacimenti, nel Golfo Persico oppure in Russia. Proprio dove oggi si contano vittime di guerra.

Ma dopo un ventennio di annunci, di allarmi ma anche di fumisterie e catastrofismi, per la prima volta quest’anno abbiamo assaggiato quello che a prima vista sembra essere un effetto del riscaldamento globale. Mesi di siccità hanno messo in difficoltà le centrali elettriche di mezza Europa, a cominciare da quelle idroelettriche così sensibili alla disponibilità di acqua, e nel frattempo mesi di calura torrida hanno spinto a tutta forza i condizionatori d’aria di case, negozi e uffici ma soprattutto il caldo ha forzato il fabbisogno di raffreddare: hanno lavorato di più i frigoriferi di casa, i banchi frigo di bar e supermercati, la catena del freddo alimentare, i server di elaborazione dei dati e perfino la piccola ventola che ronza nei computer per rinfrescare l’unità di elaborazione.

Come difendersi da questi fenomeni è uno dei temi che saranno discussi il pomeriggio di mercoledì 21 ottobre a Udine, nella sala della Torre di Santa Maria in via Zanon, con il forum “Transizione. La crescita oltre le incertezze” promosso dal gruppo Nord Est Multimedia, in cui le imprese e gli esperti si confronteranno su temi come il cambiamento del clima e la disponibilità di energia.

Effetti elettrici

Ci hanno detto che i mesi secchi hanno rallentato le centrali nucleari, ma ci hanno raccontato solamente mezza verità: quando i fiumi sono in magra rallenta anche il raffreddamento di tutte le centrali termoelettriche che ne usano l’acqua, indipendentemente dalla fonte energetica usata – carbone, gas, olio combustibile e anche il nucleare – e quando c’è caldo diminuisce il rendimento delle centrali raffreddate ad aria o con acqua di mare. Soffrono il caldo perfino i moduli fotovoltaici, che perdono fra il 10 e il 20% della capacità.

Così in Italia in estate i consumatori domestici e le imprese hanno subito le pazzie dei carburanti, i primati di prezzo della corrente elettrica, i rincari del metano; l’Istat ci ha detto che nel mese di settembre l’indice nazionale dei prezzi al consumo registra una crescita del +0,7% rispetto al mese di agosto, cioè un’inflazione annua del +4,2%, spinta dai prezzi dell’energia.

Il quadro si completa in prospettiva con l’Ets e il Cbam, cioè le due ecotasse europee contro le emissioni di anidride carbonica prodotte o importate nei nostri confini, e con il primo aprile quando – ci ha informato qualche giorno fa l’Arera, l’autorità indipendente presieduta da Nicola Dell’Acqua che regola i settori dell’energia elettrica, gas, rifiuti e acquedotti – tutti i consumatori domestici usciranno in via definitiva dal segmento delle cosiddette “tutele graduali” con le tariffe elettriche osservate dallo Stato, e anche gli ultimi irriducibili dovranno passare al mercato libero della corrente.

Lo shock petrolifero

Attenzione. L’elettricità è poco più del 20% dei consumi energetici italiani, il resto viene dai combustibili fossili, a cominciare dal petrolio e dal gas, che resteranno dominanti ancora a lungo. Mentre noi, popolo di distratti, guardiamo le quotazioni del greggio e i rincari di benzina e gasolio oppure le scottature della borsa elettrica, in pochi si sono accorti del nuovo uragano in arrivo, e stavolta uragano va inteso in senso di shock petrolifero. Se anche il cappio di Hormuz si riaprisse, i segnali parlano di scorte insufficienti e di compagnie petrolifere poco propense a investire nella ricerca e nello sviluppo di nuovi giacimenti. Il petrolio non manca sul pianeta, ma va cercato estratto e raffinato. Il contributo russo ai prezzi mondiali dei prodotti raffinati è sensibile, certo, ma non determinante e la difesa ucraina che colpisce le raffinerie del Cremlino ha poco effetto sui mercati. Più forte è lo stingersi del nodo scorsoio di Hormuz e delle altre tensioni nel Vicino Oriente: gli Houthi dello Yemen colpiscono anche le vie alternative che permettono all’Arabia Saudita di esportare il greggio e i suoi raffinati, come gli oleodotti che sfuggono alla stretta di Hormuz. Ma l’allarme più forte riguarda la poca voglia delle compagnie di impegnare i loro soldi in questo futuro incerto, e intanto i giacimenti attuali cominciano a sfiatarsi. Il prezzo di oggi dipende dai missili e dai droni, ma quello di domani dipende dalle perforazioni che non vengono perforati oggi.

Risorsa acqua

Le indagini dell’Arera per capire le puntate pazze dei prezzi elettrici hanno rivelato che il costo del metano, con cui si produce circa il 40% della corrente, è solamente uno dei motivi delle quotazioni fuori scala del chilowattora italiano. Il meccanismo di mercato è noto a tutti: quando un bene scarseggia, il suo prezzo sale. Ogni mattina alla borsa elettrica all’ingrosso i produttori elettrici offrono la loro corrente per la domanda prevista – di quarto d’ora in quarto d’ora – nel giorno successivo e si forma il prezzo unico nazionale, il Pun. È stato osservato che nell’ora di maggior fabbisogno elettrico – la sera, quando il fotovoltaico si addormenta in pochi minuti e bisogna avviare centrali di altro tipo - un manipolo di produttori elettrici aveva problemi a offrire elettricità per il giorno dopo, indipendentemente dalla fonte. A volte alcuni impianti eolici prevedevano di essere sfiatati, a volte il fotovoltaico si annunciava rannuvolato, a volte centrali a metano promettevano avarie. Così, il bene scarseggiava e il prezzo saliva. Forse avviene anche in questi giorni.

Una conseguenza è che, in questi mesi con pochissima pioggia, i bacini hanno ridotto molto la loro disponibilità di acqua e al tempo stesso molte centrali idroelettriche hanno preferito concentrare la produzione nelle ore a maggiore redditività, quelle serali ad alto prezzo, e hanno trattenuto quanta più acqua pregiata nei bacini idroelettrici. L’acqua è una risorsa anche per l’irrigazione agricola, per raffreddare gli impianti termici, per gli usi industriali, per la pesca e il tempo libero, per gli acquedotti. E soprattutto è una risorse per l’ambiente. Un fiume senza acqua è un fiume morto. Gli usi plurimi dell’acqua sono in contrasto fra loro. Si riaccende nel frattempo il tema delle concessioni. L’acqua dei fiumi appartiene allo Stato, che ne concede l’uso (da ciò la concessione) con tempi e modi ben definiti. Dopo decenni d’uso, in diversi casi più di un secolo, molte concessioni idroelettriche sono scadute, altre stanno per scadere. La Francia, per esempio, di recente ha avviato la procedura per rimettere in gara le sue concessioni. In Italia finora, come per le spiagge, si è continuato per proroghe e per accordi politici ma sembra che l’Europa intenda intervenire sull’Italia in modo deciso.

A fianco c’è il dibattito falsato sul tema del consumo d’acqua fatto dal nucleare o – tema attuale – dai data center. Non consumano acqua. La prendono, la usano per raffreddare gli impianti e poi la restituiscono un po’ meno fredda.

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