Zoppas: «Solo le imprese in filiera possono superare le crisi»

Federico Zoppas, Dg di Zoppas Industries, indica nel distretto aerospaziale il sistema replicabile. «Soltanto un ecosistema industriale consente di sviluppare prodotti ad alto valore aggiunto. Qui può crescere ciò che incorpora progettualità, conoscenza e capacità di integrare competenze»

Arianna Salvatori

 

«Insieme si vince, da soli si rischia di farsi male». È il messaggio che lancia Federico Zoppas, presidente di Rir Air e direttore generale di Zoppas Industries, invitando l’industria del Nordest a cambiare assetto se vuole tornare a competere. «Abbiamo tutti gli ingredienti necessari», spiega, «competenze industriali, imprenditorialità e talenti. Il problema è organizzarli in modo più efficace e portarli verso applicazioni ad alto valore aggiunto». Proprio quello che fa la rete che ha messo in piedi sei anni fa: nata per unire aziende, università e centri di ricerca veneti e accelerare l’innovazione in ambito aerospaziale.

Gli ultimi report della Banca d’Italia e dell’Ocse descrivono un’economia stagnante con una produttività debole. Il modello produttivo del territorio è al capolinea?

«Questa è una terra, come altre in Italia, caratterizzata da piccolissime imprese con competenze molto specializzate. Quel modello ha generato sviluppo, ma oggi si confronta con una maggiore concentrazione dei mercati e con una perdita di competitività del Paese legata a diversi fattori, tra cui i costi dell’energia e alcune scelte di politica economica europea. Oltre a questo, spesso le seconde generazioni non sono interessate a proseguire l’attività di famiglia e manca anche la disponibilità ad affrontare i sacrifici dei genitori. Qui le aziende sono soprattutto legate al processo industriale, più che alla ricerca e allo sviluppo. Di conseguenza, molti prodotti sono stati maggiormente esposti alla commoditizzazione. Le imprese che hanno investito in questa direzione hanno invece trovato opportunità importanti, ma purtroppo sono ancora delle mosche bianche».

In questo quadro, perché il distretto aerospaziale veneto rappresenta un modello diverso?

«È cresciuto dentro lo stesso ambiente industriale, ma ha saputo riunire aziende con un obiettivo comune: differenziare il portafoglio prodotti ed entrare in contatto con clienti, centri di ricerca e soggetti capaci di proporre applicazioni complesse. Questo percorso richiede un ecosistema composto da imprese, università, ricerca e istituzioni regionali. Solo lavorando insieme si possono creare i presupposti per scrivere un nuovo capitolo della nostra storia industriale. La ricerca e sviluppo costa, così come costa promuovere i prodotti e presentarsi sui mercati internazionali. Mettendosi insieme, però, le imprese possono condividere parte di queste spese. È però un meccanismo che richiede tempo: non si trasforma un tessuto industriale premendo un bottone. Il Veneto Space Meeting è stato creato anche per questo. Da quegli incontri sono nate collaborazioni concrete. Abbiamo sviluppato progetti comuni, tra cui l’idea del satellite Made in Veneto. Forse quel satellite verrà realizzato o forse no, ma il risultato più importante è stato vedere imprenditori non concorrenti sedersi allo stesso tavolo e ragionare insieme. Nel Nordest questo non è scontato, perché esistono ancora forti barriere psicologiche alla collaborazione».

A proposito, quali difficoltà avete incontrato nel costruire una rete così?

«La prima è stata il fatto che da una parte c’erano aziende con esigenze precise, dall’altra interlocutori competenti nelle istituzioni, che però non sempre conoscevano quelle esigenze. All’inizio non è stato facile, ma ho trovato persone molto disponibili. Oggi organizzare il Veneto Space Meeting richiede una frazione dello sforzo iniziale. In fondo, anche una rete è una startup: prima bisogna costruire tutto, poi si comincia a beneficiare delle economie di scala».

Quale ruolo possono svolgere concretamente le istituzioni e le università?

«L’iniziativa deve partire anche dalle imprese, perché sono le imprese a sentire il bisogno di trovare nuovi mercati e consolidare la propria presenza. Ma la relazione con le istituzioni è importante e per noi è stata molto positiva. In diversi momenti sono state loro a battere il ritmo. E attraverso il confronto con le istituzioni siamo riusciti a far inserire la New Space Economy e la Medical Economy nei programmi di settennato. Le istituzioni hanno inoltre il compito di rendere il territorio capace di accogliere investimenti stranieri. Nei distretti più evoluti, in Francia, Usa o Uk, le grandi imprese osservano la qualità della supply chain e poi chiedono quali condizioni troverebbero se decidessero di insediarsi. Dobbiamo preparare il territorio a questa possibilità, perché l’arrivo di grandi investitori può accelerare lo sviluppo dell’intero ecosistema. Le università e i centri di formazione sono decisivi. L’innovazione non può esistere senza i giovani. È giusto che facciano esperienze all’estero, ma dobbiamo creare le condizioni perché tornino, sapendo che qui esiste un tessuto imprenditoriale che si sta rinnovando».

Il percorso che avete fatto voi, secondo lei può essere replicato in altri settori?

«Si, lo vediamo anche nella nostra azienda, la Zoppas Industries Heating Element Technologies, che opera nel HVAC. Una delle opportunità più rilevanti del momento è quella dei data center. In questo ambito non è più centrale soltanto la generazione di calore, ma la gestione dell’intero ciclo termico. Perciò dobbiamo trasformarci da produttori di calore a gestori del calore. Se non avessimo compreso questo cambiamento, avremmo rischiato di trovarci senza mercato. La parte più standardizzata e facilmente sostituibile delle produzioni tende a spostarsi verso Paesi a basso costo. Qui può crescere soltanto ciò che incorpora progettualità, conoscenza e capacità di integrare sistemi».

 

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