Ex Ilva, pressing dei sindacati su Meloni: «Tavolo o ci autoconvochiamo»

Le associazioni di categoria chiedono di essere ricevute «entro febbraio». Insistono sull'intervento pubblico, coinvolgendo poi altri player del siderurgico

Barbara Marchegiani
I segretari generali di Fim Fiom e Uilm, Ferdinando Uliano, Michele De Palma e Rocco Palombella
I segretari generali di Fim Fiom e Uilm, Ferdinando Uliano, Michele De Palma e Rocco Palombella

Il governo assuma la regia della vertenza ex Ilva per salvare la produzione di acciaio in Italia e il futuro di migliaia di lavoratori. I sindacati dei metalmeccanici alzano il pressing e chiamano in causa direttamente la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni: convochi il tavolo a palazzo Chigi entro la fine di febbraio, o saranno loro stessi ad autoconvocarsi e ad andare comunque lì, davanti alla sede dell'esecutivo, per avere chiarezza e un piano di rilancio del siderurgico, a partire da Taranto. Puntando sul ruolo centrale dello Stato.

I segretari generali di Fim-Cisl, Fiom-Cgil e Uilm-Uil, Ferdinando Uliano, Michele De Palma e Rocco Palombella, tengono insieme una conferenza stampa perché - denunciano - il tempo stringe, la situazione peggiora e ad oggi l'unica richiesta arrivata è quella da parte di Acciaierie d'Italia (Adi) in amministrazione straordinaria di proroga della cassa integrazione per 4.450 lavoratori del gruppo (dei quali 3.803 a Taranto) per altri 12 mesi.

Protestano per non essere stati coinvolti nella trattativa per la cessione al fondo americano Flacks group. E insistono sull'intervento pubblico, con il coinvolgimento poi di altri player del siderurgico solidi. «Flacks non è un soggetto industriale, è un fondo e come tale ha la sua logica: investire e poi rimettere sul mercato», è il dubbio che rilancia De Palma.

Una lettura che nei giorni scorsi lo stesso imprenditore Michael Flacks ha provato a respingere, assicurando che in campo c'è «una società di famiglia» che ha pianificato un investimento totale di 5 miliardi di euro, con l'obiettivo di raggiungere quattro milioni di tonnellate di acciaio nel primo anno e salire a sei milioni entro 18 mesi, mantenendo 6.500 posti di lavoro.

Lo stesso livello produttivo, finora ai minimi storici, indicato da Adi. A Taranto l'altoforno 2, fermo da gennaio 2024, sta per ripartire; seguirà la manutenzione programmata dell'altoforno 4, al via il 28 febbraio che durerà circa 60 giorni. Sotto sequestro resta l'altoforno 1, dopo l'incidente dello scorso maggio. Il completamento delle operazioni, secondo l'azienda, consentirà di riportare lo stabilimento ad una capacità di quattro milioni di tonnellate di acciaio entro la fine di aprile, insieme alla ripartenza delle cokerie. Ma i sindacati rimangono critici: dire che si potranno raggiungere quattro milioni di tonnellate «con impianti non pienamente operativi non è realistico», attacca Palombella.

Il punto, comunque, è che nessuno di loro è disponibile ad accettare «decisioni già prese, che prefigurino esuberi o ridimensionamenti». E il tempo stringe: del resto, fa notare, sono passati «due anni dall'amministrazione straordinaria, due anni di cassa integrazione, di promesse e annunci spesso contraddittori». 

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