Ex Ilva, il Nordest in campo per salvare l’acciaio italiano

Federacciai presenta la manifestazione d’interesse per gli stabilimenti. La proposta è stata sottoscritta da quattordici imprese associate tra cui Acciaierie Venete, Beltrame, Abs e Compagnia Siderurgica Italiana

Arianna Salvatori

 

La notizia è arrivata. Federacciai, la federazione imprese siderurgiche italiane, ha presentato la manifestazione di interesse per gli stabilimenti ex Ilva. Palazzo Chigi l’attendeva entro fine agosto, ma si è riusciti a giocare d’anticipo. La manifestazione è stata sottoscritta insieme ad altre 14 imprese associate. Consistente la presenza del Nordest, con le friulane Abs Acciaierie Bertoli Safau (Gruppo Danieli) e Compagnia Siderurgica italiana (Gruppo Pittini), e le venete Afv Acciaierie Beltrame (l’Ad è Raffaele Ruella) e le Acciaierie Venete di Alessandro Banzato. Insieme a queste altre big del settore come Acciaieria Arvedi, Advanced Steel Solutions (Gruppo Asonext), Alfa Acciai, Duferco Travi e Profilati, Feralpi Siderurgica, Ferriera Valsabbia, Lucchini RS Holding, Marcegaglia Carbon Steel, O.R.I. Martin e Rubiera Special Steel.

L’interesse era stato preannunciato nei giorni scorsi. Esattamente una settimana fa, il comitato di presidenza di Federacciai aveva dato mandato al presidente Antonio Gozzi di trasmettere agli enti competenti l’atto preliminare. Una settimana di fuoco, quella passata, in cui sindacati, associazioni e imprese dell'indotto sono state convocate al Mimit per trovare un piano d’azione comune. In quell'occasione il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso aveva ancora una volta spronato le aziende a fare fronte comune e ad avanzare una proposta. Dai tavoli però erano emerse anche altre possibili strategie. I commissari avevano infatti dato mandato ai propri legali di valutare la possibilità di appellarsi alla sentenza della Corte d'Appello di Milano. Una strada che per Antonio Gozzi era e resta non percorribile. «I problemi sono immediati», aveva dichiarato, «e per un ricorso in Cassazione bisogna attendere almeno due anni».

Ora che la cordata avrà l’accesso alla due diligence, potrà fare le sue valutazioni per presentare un’offerta e un piano industriale. L’obiettivo di rendere la società di nuovo profittevole e di ridurre la dipendenza italiana dalle importazioni di acciaio, oggi sembra più vicino. Stando a quanto emerso nei giorni scorsi, però, la cordata non sarebbe intenzionata a prendere in carico l’intero stabilimento, per il quale la Corte d’Appello di Milano ha imposto la chiusura dell’area a caldo (ovvero quella che produce l’acciaio) fino alla rimozione dell’amianto ancora presente e alla riduzione delle emissioni entro limiti di sicurezza. L’ipotesi è invece quella di rilevare le attività dell’area a freddo, cioè l’ala dello stabilimento che lavora l’acciaio. Per quanto riguarda la bonifica della prima, è possibile che la cordata chieda allo Stato di farsene carico.

A essere coinvolti oggi, in quella che è stata dichiarata area a elevato rischio ambientale, sono 20 mila lavoratori. E il conto alla rovescia, per quanto riguarda l’area a caldo, continua. La Corte d’Appello ha fissato lo stop al prossimo 26 ottobre. Il rischio di esplodere resta, soprattutto dopo che le imprese dell'indotto si sono dette pronte a procedere con la richiesta di licenziamenti collettivi.

A competere con quella di Federacciai, è l’offerta dell’indiana Jindal Steel International, che comprenderebbe entrambe le aree, a caldo e a freddo. Secondo Narendra Kumar Misra, director of European operations di Jindal, infatti, «la cessione della sola area a freddo potrebbe portare alla chiusura definitiva di Taranto». L’obiettivo di Jindal, è quello di rendere la prima accieria italiana un piccolo appoggio produttivo nel Mediterraneo, che rappresenterebbe una porta per il mercato europeo della sua attività siderurgica in Oman. Un’opzione che, però, il governo Meloni vorrebbe scongiurare in ogni modo.

 

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