Crisi Volkswagen, trema il Nordest: rischia una filiera di 11.000 imprese
Tra Veneto e Friuli Venezia Giulia il 10 per cento dei componentisti dell’automotive. Il marchio tedesco ha annunciato altri 50 mila tagli entro il 2030. Sergio Barel: «Serve una regia europea per la riconversione del settore»

Il Nordest fa i conti con la crisi della Volkswagen: cinquantamila lavoratori da tagliare entro il 2030, che sommati ai 50.000 già annunciati. Centomila uscite complessive dagli stabilimenti nei prossimi quattro anni: il 15% dell’intera forza lavoro.
I numeri del “Piano per il futuro” pubblicato dall’azienda automobilistica tedesca rispecchiano la profonda crisi del settore. Il gruppo ha fatto sapere in un comunicato che entro il 2035 ridurrà la gamma di modelli di circa il 50%, e la complessità dell’offerta di circa il 75%. E per quattro stabilimenti, Emden, Zwickau, Hannover e Neckarsulm, non è più garantita l’assegnazione di nuovi modelli quando termineranno quelli attualmente prodotti, tra il 2031 e il 2034.
I numeri della filiera
Una scossa che è destinata a farsi sentire fino a Nordest, considerando che attualmente ospita circa il 22% dei componentisti italiani. Tra questi ci sono aziende importanti: la Sirmax con i suoi polimeri per le componenti in plastica, le grandi concerie del vicentino, da Gruppo Mastrotto alla Pasubio con il pellame per gli interni, Ufi Filter per i filtri, Fiamm e Midac per le batterie, Valbruna per l’acciaio.
In Friuli Venezia Giulia prevalgono invece le imprese che forniscono meccanica e prodotti in metallo, metallurgia e Ict. Secondo una stima di Confindustria Veneto Est, il Veneto potrebbe risentirne particolarmente, visto che la filiera comprende 11.000 realtà che generano esportazioni per 1,5 miliardi di euro.
Secondo Alessia Miotto, presidente del gruppo metalmeccanica di Confindustria Veneto Est, tra il 20 e il 30% delle imprese coinvolte potrebbe entrare in una fase complessa.
«Questa potremmo vederla come un’altra delle tante cattive notizie», afferma Sergio Barel, presidente di Comet, cluster della metalmeccanica in Friuli Venezia Giulia e in passato alla guida di Brovedani Group, l’azienda di San Vito al Tagliamento tra i leader della componentistica a servizio dell’automotive.
«Il nostro territorio non è tra quelli italiani più impattati, ma è comunque coinvolto, perché una parte importante della meccanica fornisce componenti proprio a quelle tipologie di auto». Ma più di questo, a preoccupare Barel è che «non si vede altro all’orizzonte». Ovvero, non c’è qualcosa che vada a sostituire quest’industria, che il presidente definisce «novecentesca».
Il ruolo dell’Europa
Per proteggersi dal terremoto in arrivo gli interventi devono essere due, secondo Barel. Nel breve termine, servono azioni di barriera e di ostacolo alla penetrazione del mercato: «L’Europa subisce una forte pressione competitiva e sta facendo ancora troppo poco per proteggersi», sottolinea. Per il lungo termine, però, «bisogna capire quali saranno i grandi trend dell’industria nei prossimi venti o trent’anni e affrontarli insieme». La parola d’ordine è «innovazione»: sofware, automazione, robot umanoidi. Occorre pensare a una riconversione, ma serve farlo con «un’azione complessiva a livello europeo».
Un processo che al momento, secondo il presidente di Comet, è ostacolato anche dall’indirizzamento di molte risorse nel campo della difesa. «Un problema che», commenta, «qualche anno fa pensavamo di aver superato per sempre e che invece è tornato davanti a noi. Ma», sottolinea Barel, «bisogna trovare risorse anche per investire nello sviluppo». E per farlo insieme: «Oggi si vede che la strategia è spesso quella di proteggersi, ogni Paese per conto proprio. Ma questo non porta a sviluppare tecnologie comuni».
La crisi di un modello
Per Bruno Vianello, fondatore e presidente della trevigiana Texa, azienda con sede a Monastier che ha fatto dell’alta tecnologia il suo core business, servirebbe invece fare «un passo indietro». Indietro rispetto allo stop totale alle auto a motori termici entro il 2035, target che ora è stato ridotto al 90%. «Non si può fare una scelta del genere sapendo che in Europa non abbiamo né litio né miniere di terre rare e che, quindi, alla fine tutto passa attraverso la Cina. Non soltanto la costruzione delle automobili», specifica Vianello, «ma anche la produzione della componentistica necessaria alle nuove vetture».
La colpa però, secondo il presidente di Texa, non è stata solo della politica europea, ma anche della stessa Volkswagen: «Pensava che andare in Cina significasse andare nella terra del futuro. In realtà», conclude, «si è rivelata soprattutto la terra del futuro per i cinesi».
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