Clivet, Bellò: «Con Midea cresciuti quattro volte»

L’azienda da 394 milioni di ricavi e oltre mille addetti apre quest’anno l’impianto nel bellunese dedicato alle pompe di calore e investe oltre 12 milioni nell’Innovation Centre di Padova. L’ad Bellò: «Non servono soldi a pioggia per crescere, ma di sicurezza, stabilità e visione»

Stefano Vietina

 

«Se è vero che in Veneto c’è bisogno di un cambio di passo, di innovazione, di capitale umano e di dimensioni maggiori delle imprese, noi di Clivet ci sentiamo perfettamente dentro a questo percorso di forte cambiamento». Parola di Stefano Bellò presidente e ceo di MBT (Midea Building Technology) Climate, la divisione europea di Midea Group, un colosso che ha chiuso il 2025 con 55,7 miliardi di euro di fatturato.

Al cuore di MBT Climate c’è la Clivet, 1.000 addetti e un fatturato di 394 milioni di euro, fondata nel 1989 da Bruno Bellò, padre di Stefano, un imprenditore visionario con una intuizione che si è rivelata negli anni determinante: il futuro del riscaldamento e del raffrescamento sta nella pompa di calore, alimentata dall'elettricità e quindi da fonte rinnovabile e non inquinante.

«Clivet è protagonista di una filiera di successo – spiega Bellò - che vede l’Italia leader in Europa, quella delle pompe di calore elettriche per la climatizzazione degli edifici. In base ai più recenti dati di The European House Ambrosetti, questa filiera in Italia occupa 110.000 addetti e vale 5 miliardi di euro di fatturato. Da oltre 35 anni in Clivet investiamo con visione e passione nella tecnologia che è capace di coniugare efficienza energetica, elettrificazione dei consumi finali e uso massivo delle energie rinnovabili. Abbiamo, insomma, la soluzione immediata e sostenibile agli evidenti problemi che derivano dalla crisi climatica e dalla instabilità geopolitica».

Secondo l'imprenditore bellunese, «è scientificamente provato, infatti, che le emissioni di gas serra, principalmente dovute alla combustione di carbone, petrolio e gas naturale, sono la maggiore causa del riscaldamento globale e del cambiamento climatico. Al tempo stesso la dipendenza da questi combustibili fossili rende il nostro Paese vulnerabile, e ce ne stiamo rendendo conto ancora una volta con la crisi in Medio Oriente: i cittadini possono solo subire gli aumenti legati al petrolio, quando invece la soluzione pulita è già a portata di mano».

Bellò, perché questa tecnologia sarebbe più sostenibile rispetto al tradizionale riscaldamento a gas o gasolio?

«La pompa di calore elettrica sposta calore, invece di crearlo distruggendo per sempre le molecole di combustibile. Per effettuare questo spostamento utilizza energia elettrica, che è prodotta in quantità crescente da fonti rinnovabili, dunque inesauribili. I vantaggi sono numerosi: elevata efficienza, anche tre volte superiore, nessuna produzione localizzata di inquinanti, riscaldamento invernale e raffrescamento estivo con un unico sistema, solo per citare i principali».

Se il quadro è così positivo, per quale motivo questa tecnologia impiega così tanto ad affermarsi?

«Guardi, all’industria ed ai cittadini serve soprattutto che la politica energetica sia lungimirante e stabile. L’Europa ha indicato una strada chiara che punta nel medio-lungo termine a renderci il primo continente decarbonizzato al mondo. Come sempre, ciascuno può decidere se opporsi al cambiamento oppure guidarlo e sfruttarne i vantaggi competitivi. Un esempio chiarissimo è il Net Zero Industry Act, il regolamento europeo creato per accelerare gli sviluppi industriali nelle tecnologie energetiche del futuro, che comprendono appunto le pompe di calore elettriche: bene, in Italia siamo in grande ritardo, non abbiamo ancora realizzato i Punti di Contatto previsti proprio per snellire pratiche e investimenti, un punto dolente per chi vuole investire sul nostro territorio. Non possiamo restare indietro, dobbiamo rendere operative queste strutture di coordinamento per digitalizzare i processi e garantire il rispetto dei tempi burocratici, naturalmente nel pieno rispetto dei controlli tecnici e ambientali».

Di quale impatto sociale stiamo parlando? Quanto può incidere la vostra attività sulle comunità in cui operate?

«Clivet è nata e mantiene il baricentro alle porte delle Dolomiti Bellunesi, patrimonio Unesco: il nostro territorio è una comunità di eccellenza nella lavorazione meccanica, in particolare quella manifatturiera a servizio del comfort negli edifici e nell’industria. Clivet oggi conta più di 1.000 dipendenti diretti, con oltre 97% di contratti a tempo indeterminato e 25% di occupazione femminile. Facciamo parte di un gruppo globale che vuole investire nel nostro territorio. Dalla apertura dieci anni fa del nostro nuovo ristorante aziendale per i dipendenti, con oltre 80.000 pasti serviti ogni anno, fino al nuovo Innovation Centre di Padova da oltre 12 milioni di euro, alla nuova unità produttiva di Feltre in apertura quest’anno, specializzata nella produzione su larga scala delle pompe di calore per il settore terziario con refrigeranti naturali, per ulteriori 60 milioni di euro. Per non parlare poi delle nuove professioni, dove offriamo pacchetti di inserimento, formazione e crescita per i giovani che vogliono fare la differenza nella nostra realtà».

Dieci anni fa la scelta di entrare in Midea? Lo rifareste?

«Mio padre parlava di pompe di calore quando questa tecnologia era ancora sconosciuta; oggi è strategica. Trenta anni fa lui si immaginava già, insomma, il mondo di adesso. Ha portato Clivet al massimo per un'azienda familiare locale, poi per crescere ulteriormente c'era bisogno di spalle più grosse. E dal 2016 siamo cresciuti di ben quattro volte, avendo potuto accedere a tecnologie e sinergie fondamentali per lo sviluppo».

Cosa vi unisce ai cinesi?

«La volontà di non fermarsi mai e di raggiungere l'obiettivo mettendo in campo tutte le energie disponibili»

Interessante, ma cosa vi serve allora?

«Ci serve coerenza e stabilità, il resto lo mettiamo noi. Le faccio un esempio che può chiarire meglio di mille parole. L’Europa ha da tempo previsto l’attivazione della direttiva ETS2, per accompagnare in particolare l’uscita dai combustibili fossili negli edifici. È molto semplice: chi inquina paga, e i ricavi vengono reinvestiti per aiutare le famiglie vulnerabili nella transizione. Bene, molti non hanno colto questa opportunità e per anni non hanno fatto nulla per evolversi, salvo lamentarsi, ora che siamo prossimi alla scadenza prevista, raccontando di un pericolo calato dall’alto a nostra insaputa. Noi crediamo fermamente che cambiamenti epocali come questo avverranno comunque, da noi oppure altrove nel mondo: per questo pensiamo che siano opportunità su cui dobbiamo accelerare e non certo frenare».

In che modo?

«Per una crescita sana chiediamo regole chiare per tutti: prendiamo ad esempio il mercato attuale dell’energia, dove il costo dell'elettricità è molto svantaggiato rispetto al gas. Una sana politica energetica deve affrontare con decisione questo fattore chiave, fissando il rapporto tra i costi dei due vettori in modo stabile e prevedibile, tenendo al contempo la barra dritta sulle energie rinnovabili, fonte allo stesso tempo di efficienza e convenienza economica per i cittadini e di sicurezza nazionale. Non abbiamo bisogno di soldi a pioggia, ma di sicurezza, stabilità e visione».

 

Riproduzione riservata © il Nord Est