Il ministro Ciriani: «Electrolux deve ritirare il piano, poi discuteremo»
L’esponente del governo non risparmia critiche alla multinazionale svedese: «Altro che progetto industriale, è la dismissione di un intero settore»

Ministro Luca Ciriani, in Friuli Venezia Giulia e Veneto c’è grande tensione per le ricadute della crisi Electrolux. Cosa farete per scongiurare 1.700 uscite?
«Guardi, quello di Electrolux non è un piano industriale, ma di dismissioni di un intero settore del “bianco” in Italia. Un’azienda che taglia il 40 per cento della forza lavoro non sta facendo una ristrutturazione, ma preannuncia una dimissione di un’intera filiera. Il piano dunque va ritirato e poi cominciamo a discutere di ciò che può fare il governo nazionale, quello regionale e i sindacati: ma soltanto dopo che questo piano viene ritirato».
E ci sono segnali in tal senso che possano far sperare?
«Vedremo il 15 giugno al nuovo round di colloqui, dove ci attendiamo un atteggiamento diverso. Lunedì scorso abbiamo sentito enunciare una proposta arida di tagli, licenziamenti e dismissioni, con promesse molto poco credibili».
Ci sono anche notizie di produzioni spostate in Polonia. Il governo può accettare che facciano una cosa del genere dopo aver ricevuto aiuti dall’Italia per tutti questi anni?
«Alla fine del meeting di lunedì è stato chiesto da tutti i soggetti presenti che Electrolux non dia ora seguito a nulla di quanto annunciato, tantomeno uno spostamento di produzione: insomma, tutto deve restare congelato fino al 15 giugno, dove speriamo di sentir parlare una lingua diversa».
Dove ha sbagliato l’azienda per non riuscire a sfruttare i corposi incentivi statali all’acquisto di elettrodomestici?
«Dal 2014, tutte le istituzioni – pubbliche, nazionali e locali – hanno sempre cercato di comprendere le ragioni di Electrolux e di giustificare i sacrifici occupazionali, perché ci erano state promesse garanzie. Il governo ha aiutato in tutti i modi possibili l’azienda, ma alla fine qualche responsabilità devono pur averla: non si spiega altrimenti come mai ad esempio il plesso di Porcia, programmato per produrre un milione di pezzi, ora ne sforni 500.000. Quindi, hanno pesato le scelte manageriali e industriali di un’azienda che si dice illuminata, che si è sempre vantata di avere una grande sensibilità etica e sociale a 360 gradi, per ambiente e il resto, ma che ora vuole scaricare 1.700 persone in mezzo ad una strada. Non se lo possono permettere, è un atteggiamento che confligge con tutto ciò che hanno raccontato in questi anni».
Sta dicendo che hanno sconfessato la missione di “impresa etica” che si sono dati?
«Eh sì! Loro annunciano il 40 per cento di tagli e nel frattempo dicono che l’Italia rimarrà strategica, mentre i fatti dicono cose diverse. Ovvero, che gli stabilimenti si riducono, alcuni chiudono e gli esuberi aumentano, a fronte del fatto che tutti i governi hanno dato una mano e tante risorse. Avanzano una proposta di tagli che a Porcia è drammatica: parliamo di 571 operai, che diventerebbero 309, con un taglio del 45 per cento della forza lavoro. In più, ci sono quelli della parte amministrativa che rischiano di essere altrettanti: si parla di trecento-quattrocento persone, numeri drammatici...».
Un intero paese messo in ginocchio...
«Sarebbe un impatto sociale devastante per Pordenone e per tutto il Nordest. Quindi cancelliamo tutto e riparliamo il linguaggio corretto: collaborazione, responsabilità e investimenti da parte di tutti. Il governo è disponibile, il piano invece è un tradimento delle relazioni industriali fatte fin qui».
Opposizioni denunciano l’assenza di un piano industriale del governo su scala nazionale. Sbagliano?
«In questo momento teniamo da parte le polemiche: partiti, istituzioni, amministratori e sindacati devono lavorare tutti insieme a difesa della fabbrica e dei lavoratori. Poi potremo parlare di altro».
La vicenda può risolversi con una soluzione sul modello Beko?
«Dipende da loro, noi siamo pronti a fare ogni sforzo. L’azienda deve mettere sul tavolo non solo tagli, ma investimenti e la garanzia che le fabbriche non vengano chiuse. Non possiamo accettare un piano che sembra il preludio a chiudere o vendere. Noi li abbiamo aiutati in qualsiasi modo possibile, è stata anche realizzata una viabilità ad hoc per loro. Ci aspettiamo dall’azienda lo stesso atteggiamento di responsabilità che abbiamo avuto noi. Ora non possono dire che da domani colpiranno Pordenone e Solaro con tutti questi tagli».
I sindacati denunciano un problema occupazionale più generale in termini di qualità del lavoro. Basterà la vostra misura per il salario giusto?
«Il salario giusto va oltre il salario minimo, perché dà più garanzie e retribuzioni migliori. È una rivoluzione accolta positivamente anche da alcuni sindacati, Uil e Cisl. Il governo ha raggiunto il tasso di disoccupazione più basso d’Europa e il sindacato dovrebbe riconoscerlo».
Ultima domanda. Che valore politico ha questa vittoria inaspettata a Venezia?
«Il valore lo ha stabilito Elly Schlein che aveva indicato la vittoria a Venezia come il preludio di una vittoria generale alle politiche. Noi quindi prendiamo atto che la sinistra ha perso e che il centrodestra è vivo e forte nei territori e che la battaglia dell’anno prossimo è apertissima».
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