Businaro: «I distretti non bastano è l’ora delle aggregazioni»
L’analisi dell'amministratore delegato della trevigiana Novation Tech: «Con la Cina non possiamo competere sui costi, dobbiamo vincere nelle nicchie. E attenti alla Germania: nell’automotive è una crisi molto più profonda di quanto appare»

«Il Nordest deve cambiare pelle. La stagione del piccolo è bello, che ha reso questo territorio uno dei motori industriali d’Europa, non è più sufficiente per affrontare un contesto segnato da crisi sempre più frequenti, tensioni geopolitiche, transizione tecnologica e carenza di manodopera». Ne è convinto Luca Businaro, amministratore delegato di Novation Tech, gruppo di Montebelluna specializzato nella lavorazione della fibra di carbonio e dei materiali compositi che punta a un fatturato compreso tra 125 e 128 milioni nel 2026, dopo i 117,6 milioni del 2025, guardando già al traguardo dei 150-180 milioni entro il 2030.
Ma i dati di Banca d’Italia e Ocse descrivono un Nordest che rallenta, con produttività debole e investimenti in frenata. Il modello industriale che ha fatto la fortuna del territorio è arrivato al capolinea?
«Credo che il modello debba essere aggiornato. Le imprese devono essere più strutturate, capaci di assorbire gli shock e di affrontare mercati molto più instabili rispetto al passato. Le recessioni una volta arrivavano ogni quarant’anni, oggi ci troviamo a gestire crisi continue, una dopo l’altra. Per questo servono aziende più solide, con organizzazioni manageriali e dimensioni adeguate».
Questo significa che il modello dei distretti non basta più?
«I distretti restano un patrimonio straordinario, ma da soli non sono più sufficienti. Bisogna fare un passo ulteriore e ragionare in termini di filiera e aggregazioni. Il piccolo imprenditore che controlla tutto da solo oggi fatica ad affrontare mercati internazionali, investimenti importanti e cambiamenti così rapidi. Occorre mettere insieme competenze, capitali e capacità industriali».
Perché l’industria italiana è arrivata impreparata a questa fase?
«Per molti anni abbiamo guadagnato e questo ci ha reso miopi. Ci è mancata la capacità di progettare il futuro. Dal dopoguerra in poi è mancata una vera politica industriale che individuasse i settori strategici su cui investire. Altri Paesi hanno fatto scelte precise: la Francia ha difeso il lusso e la moda, la Germania ha costruito la propria forza sull’automotive. Noi ci siamo affidati soprattutto alla capacità imprenditoriale diffusa, ma oggi questo non basta più».
Dove può ancora vincere l’industria italiana?
«Nelle nicchie ad alto valore aggiunto. Pensare di competere con la Cina sul costo del lavoro è semplicemente impossibile. Dobbiamo valorizzare ciò che ci rende unici: artigianalità, qualità, capacità di personalizzazione, rapidità di risposta al cliente. Il consumatore oggi è molto più informato rispetto al passato e pretende assistenza immediata. Sono questi gli elementi sui quali costruire la competitività».
Nonostante le difficoltà nel reperire manodopera, in Novation Tech avete continuato ad assumere.
«Sì. Tra maggio 2025 e maggio 2026 abbiamo assunto circa ottanta persone nei nostri stabilimenti italiani. Lo abbiamo fatto costruendo rapporti stretti con le scuole, accogliendo gli studenti negli ultimi mesi del percorso formativo e offrendo poi un contratto stabile a chi dimostra capacità e motivazione. Parallelamente investiamo molto nel welfare aziendale e nei premi di risultato».
La carenza di lavoratori continua però a essere uno dei principali problemi delle imprese.
«Ed è destinata a peggiorare. La produttività delle aziende risente anche della crisi demografica, che non si risolverà nei prossimi vent’anni. Per questo dobbiamo assumere più giovani, ma anche favorire un’immigrazione qualificata. Al tempo stesso serve un diverso rapporto con le parti sociali, che valorizzi maggiormente la produttività».
In che senso?
«Credo che si debba distinguere sempre di più tra retribuzione base e incentivi collegati ai risultati. È un tema sul quale esiste consapevolezza anche nel sistema Confindustria, ma il dialogo con le parti sociali resta complicato. Allo stesso tempo la politica deve affrontare il nodo della spesa pubblica e creare condizioni più favorevoli alla competitività delle imprese. »
Anche la Germania, principale mercato del Nordest, sta attraversando una fase molto difficile. Quanto vi preoccupa?
«Molto. Sarà difficile affrancarsi dalla Germania perché resta il principale motore manifatturiero europeo. Ma la crisi tedesca è probabilmente più profonda di quanto oggi si percepisca. Se davvero si arriverà a centomila esuberi diretti nell’automotive, l’impatto sull’indotto sarà inevitabilmente molto più ampio e finirà per coinvolgere tutta la filiera europea».
Quanto pesa invece l’innovazione nella vostra strategia?
«È fondamentale. Investiamo ogni anno tra il 7 e l’8% del fatturato in ricerca e sviluppo. È una scelta impegnativa, ma indispensabile se vogliamo continuare a competere nei materiali compositi e nei settori più avanzati».
L’intelligenza artificiale cambierà la manifattura?
«Stiamo cercando di capirne tutte le potenzialità. Il nostro obiettivo non è sostituire le persone, ma eliminare le attività ripetitive e a basso valore aggiunto. L’intelligenza artificiale deve diventare uno strumento che stimola il lavoratore, ne aumenta le competenze e gli consente di concentrarsi sulle attività dove il valore umano resta decisivo».
Riproduzione riservata © il Nord Est








