Guerra delle bottiglie metallizzate, Ca’ di Rajo assolta in Cassazione

La Suprema Corte ha annullato la condanna per la cantina di San Polo di Piave. Bottega Spa aveva accusato l’azienda di contraffazione

Alessia Celotto
Un dettaglio della bottiglia finita al centro della disputa giudiziaria
Un dettaglio della bottiglia finita al centro della disputa giudiziaria

Il lungo caso giudiziario che ha visto contrapporsi due eccellenze del mondo vinicolo veneto per il design delle loro celebri bottiglie, segna un nuovo punto a favore di Ca’ di Rajo. La Corte di Cassazione ha infatti annullato la sentenza d’appello che condannava Bortolo Cecchetto per la presunta contraffazione delle iconiche bottiglie metallizzate della Bottega Spa di Bibano di Godega.

Gli errori

I giudici hanno rilevato gravi errori procedurali e e ora il caso passa ad un nuova sezione della Corte d’Appello civile, che dovrà rivedere la questione del risarcimento danni partendo dall’inizio e rispettando i principi indicati dalla Cassazione.

Al centro della disputa, partita nel 2014, vi erano le celebri bottiglie metallizzate di colore oro, rosa e argento. Un’estetica che, secondo l’accusa, sarebbe stata ripresa in modo tale da generare confusione tra i consumatori, riportando a ipotesi di contraffazione, alterazione e uso di segni mendaci.

Secondo Bottega, quelle forme e colorazioni rappresentano un vero e proprio marchio distintivo della loro azienda, registrato e riconoscibile sul mercato internazionale. L’inchiesta sfociò in un processo lungo e complesso. La Procura della Repubblica sostenne l’accusa fino a chiedere, al termine della requisitoria, la condanna a due anni di reclusione e 10 mila euro di multa a Cecchetto.

Parallelamente, Bottega, si costituì parte civile avanzando una richiesta di risarcimento milionario, segno dell’importanza economico e simbolica attribuito al design del prodotto. Nel corso del processo di primo grado, tuttavia, arrivò un esito inaspettato in quanto il giudice Umberto Donà assolse Ca’ di Rajo dicendo che “il fatto non sussiste”.

Una decisione che ridimensionò le accuse e che venne accolta con soddisfazione dalla famiglia Cecchetto. «Male non fare, paura non avere – avevano dichiarato –. L’innovazione e la creatività contraddistinguono da sempre i nostri progetti. La nostra è una realtà giovane che crede nei giovani e che ha legato il suo nome alla salvaguardia della Bellussera e degli autoctoni nella piena valorizzazione del nostro territorio. Siamo molto contenti del risultato conseguito che ci permette di tornare a occuparci esclusivamente di ciò che ci sta a cuore: ovvero la produzione e la promozione dei vini della nostra terra».

Vicenda aperta

Ma la vicenda non si è chiusa lì. In appello di secondo grado, la decisione è stata rovesciata in quanto la Corte ha riconosciuto la responsabilità a Ca’ di Rajo per i reati contestati, anche se ormai prescritti, confermando tuttavia il diritto al risarcimento per Bottega. Una decisione che ha riaperto lo scontro tra le due celebri aziende, spostando l’attenzione anche sul piano economico.

Terzo grado

All’inizio del 2026 è intervenuta poi la Cassazione che, accogliendo il ricorso della difesa di Ca’di Rajo rappresentata dall’avvocato all’Andrea Franchin, ha annullato la sentenza d’appello in merito alla questione penale.

Non è entrata nel merito della somiglianza tra le bottiglie, ma ha rilevato profili di nullità della sentenza in quanto la Corte d’Appello non ha motivato le ragioni del ribaltamento della sentenza assolutoria, omettendo l’obbligatoria riassunzione delle prove testimoniali comprese quelle dei consulenti tecnici. E siamo all’oggi.

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