Boscaini: «In Veneto alcune aziende pensano di spegnere delle linee per contenere i costi»
Intervista al presidente di Confindustria regionale: «Non sono in difficoltà solo le imprese energivore, ma tutte le filiere, c’è anche il timore di un aumento dei tassi d’interesse da parte della Bce»

Raffaele Boscaini, presidente di Confindustria Veneto, la guerra in Medio Oriente riporta al centro il tema dell’energia. Quanto è concreto il rischio di una nuova crisi?
«È un rischio molto concreto. L’Italia è strutturalmente vulnerabile sul fronte energetico e questa crisi lo evidenzia ancora di più. Parliamo di tensioni che riguardano snodi strategici come lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita una quota enorme del commercio mondiale di gas e petrolio. Se quella rotta dovesse essere compromessa, le conseguenze sui prezzi sarebbero immediate. Per un sistema industriale come il nostro, che usa l’energia per produrre, significa aggravare una situazione già complessa».
Gli scenari peggiori ipotizzano petrolio a 140 dollari al barile e gas fino a 100 euro. Che impatto avrebbe sul sistema manifatturiero del Nord Est?
«Un livello di prezzi di quel tipo metterebbe in difficoltà molte imprese. Non parliamo solo dei settori energivori, perché l’aumento dei costi si trasferisce lungo tutta la filiera. Se un settore come quello della carta entra in crisi per il costo dell’energia, aumentano i prezzi degli imballaggi e l’effetto si scarica su tutte le altre produzioni. È un effetto a catena che finisce per incidere sulla competitività complessiva».
C’è il rischio che alcune aziende arrivino a ridurre o fermare la produzione?
«È uno scenario di cui già si discute. Alcune imprese stanno valutando di ridurre i volumi o spegnere alcune linee produttive per contenere i costi energetici. Questo però significa meno produzione, tensioni sui prezzi e potenzialmente anche effetti sull’occupazione».
L’indebolimento dell’industria europea rischia di aumentare le importazioni, soprattutto dalla Cina?
«È una preoccupazione reale. Se i costi energetici restano troppo alti e l’instabilità geopolitica continua a pesare sui traffici commerciali, alcune produzioni rischiano semplicemente di spostarsi altrove. Per questo da tempo chiediamo una vera politica industriale a livello europeo».
Quando parlate di politica industriale, a cosa vi riferite?
«Significa avere una strategia chiara sulle filiere industriali da difendere e sviluppare. L’automotive è un esempio evidente: alcune scelte legate al Green Deal sono state affrontate con un approccio troppo ideologico, rischiando di indebolire una capacità industriale che l’Europa aveva».
Vi preoccupa anche l’ipotesi di un aumento dei tassi da parte della Bce?
«Sì, perché tutto ciò che limita la capacità di investimento delle imprese rischia di aggravare ulteriormente la situazione. Le imprese hanno dimostrato grande resilienza, ma non si possono affrontare crisi di questa portata aggiungendo nuovi ostacoli».
Quali sono oggi i settori più esposti?
«Sicuramente quelli energivori, ma anche la meccanica, soprattutto le aziende che operano su mercati oggi penalizzati da tensioni commerciali o costi logistici più elevati».
C’è poi il tema delle competenze e dei giovani.
«È uno dei nodi più seri. Le imprese hanno bisogno di competenze tecniche e professionali adeguate e bisogna investire molto di più nella formazione e nell’orientamento. Ma serve anche creare le condizioni perché i giovani possano immaginare qui il proprio futuro».
Se doveste indicare tre priorità immediate per Governo ed Europa, quali sarebbero?
«Una pianificazione industriale che tenga conto delle risorse disponibili, a partire dall’energia con costi più stabili e competitivi; un investimento serio sul capitale umano e sulle competenze; e un accesso al credito che permetta alle imprese di continuare a investire. Alla fine le regole dell’economia sono sempre quelle: fattori della produzione e capacità imprenditoriale. Se funzionano insieme, il sistema regge anche le fasi più difficili». —
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