Boomer e Generazione Z: sul lavoro dialogo difficile. Valori troppo differenti

I risultati dell’ultima rilevazione di BEN – Bussola dell’Economia del Nordest  fa trasparire con tutta evidenza le difficoltà che oggi molte imprese di tutti i settori stanno vivendo

Daniele Marini

 

Siamo di fronte a una nuova “gioventù bruciata” o a una “incomunicabilità” fra generazioni? I risultati dell’ultima rilevazione di BEN – Bussola dell’Economia del Nordest volta a rilevare gli orientamenti di un ampio gruppo di testimoni privilegiati fra imprenditori e manager di micro e piccole imprese interpellati da Community Research&Analysis per i Quotidiani del gruppo NEM, con il sostegno di Finergis, fa trasparire con tutta evidenza le difficoltà che oggi molte imprese di tutti i settori stanno vivendo: la ricerca complicata di personale, soprattutto fra i giovani.

Non si tratta più solo di un tradizionale mismatch, un mancato incontro fra domanda e offerta di lavoro generato da competenze professionali disallineate rispetto alle necessità. O della loro scarsità causata dal profondo calo demografico che li rende ancor più una risorsa sempre più scarsa. Piuttosto, siamo di fronte a un mutamento profondo nelle preferenze della GenZ verso il senso del lavoro, ad approcci diversi nel rapporto fra vita professionale e privata: alla ricerca di nuovi e diversi equilibri rispetto alle generazioni che li hanno preceduti. Il risultato finale è di persone formate negli anni dello sviluppo economico del paese e del Nordest (gli anni ’60, i boomer) che non riescono a comprendere le nuove preferenze di quelli che stanno entrando nel mercato del lavoro (GenZ, nati a cavallo fra la fine del ‘900 e il primo decennio del 2000). Il problema è innanzitutto culturale e valoriale: soprattutto l’esperienza del Covid e l’avvento delle tecnologie digitali hanno aperto la possibilità di immaginare e vivere una diversa organizzazione della vita e del lavoro. Creando una sorta di cortocircuito nei linguaggi fra giovani e adulti.

La riprova viene dagli esiti di questo sondaggio confrontati con quelli di ricerche nazionali presso la popolazione. Per i piccoli imprenditori del Nordest i giovani pensano più ai soldi che a imparare bene un mestiere (76,7%), aspirano molto poco a contribuire ai successi delle imprese (53,2%) e non ambiscono a sviluppare le proprie attitudini e abilità nel lavoro (53,2%). Solo il 15,2% degli interpellati ritiene che il lavoro costituisca per le giovani generazioni l’aspetto più importante della loro vita o lo sia assieme ad altre dimensioni. Mentre analogamente pensano sia per ben l’81,2% degli ultra 50enni.

Di più, pochi immaginano che per essere attrattiva un’impresa dovrebbe creare uno spirito d’appartenenza (38,4%) e coinvolgere i lavoratori nelle scelte di lavoro e aziendali (36,5%). Ancor meno si dovrebbero impegnare sui temi della diversità e dell’inclusione sociale (26,8%) oppure sostenere iniziative benefiche sui territori (11,8%). Dunque, giudizi largamente negativi verso la GenZ.

Per contro, le ricerche nazionali (Community Research&Analysis per Federmeccanica) riconsegnano esiti assai diversi: per i giovani il lavoro ha un ruolo centrale nella propria vita (54,4%, 18-34 anni) in una misura del tutto analoga a quella dei più adulti (52,1%, 50-64 anni; 59,9%, oltre 65 anni). Di più, quando guardano a un lavoro cercano soprattutto la dimensione della “qualità” (prospettive di carriera chiare, contenuto del lavoro stimolante, possibilità di fare formazione, retribuzione che valorizzi i meritevoli), un’impresa che sia una “comunità” (attenzione alle diversità e all’inclusione, alle iniziative benefiche sul territorio, con lavoratori coinvolti e uno spirito di appartenenza). Siamo di fronte a punti di vista quasi diametralmente opposti.

Anche questo disallineamento fra le idee dei piccoli imprenditori e le attese delle giovani generazioni fa sì che il 58,3% al termine di un colloquio di lavoro dica: «Le farò sapere se la sua proposta mi va bene», esperienza che solo il 34,9% dei senior (+65 anni) ha potuto fare nella sua vita lavorativa, realizzando così un rovesciamento nei rapporti fra domanda e offerta di lavoro. Tant’è che gli stessi interpellati del Nordest (58,1%) sottolineano come oggi siano i giovani a scegliere l’impresa, più che l’impresa a scegliere i giovani.

Su un punto, tuttavia, piccoli imprenditori del Nordest e giovani si trovano d’accordo: per i primi, le imprese non corrispondo complessivamente alle aspettative delle giovani generazioni (77,4%), non propongono loro lavori che offrano opportunità di costruire una carriera professionale (50,6%). Per i secondi, i giovani hanno esigenze che le imprese non sono in grado di soddisfare (20,9%), i meritevoli non sono pagati adeguatamente (21,8%), c’è difficoltà di comunicazione fra le generazioni (16,4%). Così, siamo di fronte a una sindrome di strabismo da parte dei piccoli imprenditori del Nordest. Per un verso, non riescono bene a comprendere le istanze della GenZ, non li sentono allineati alla loro visione del lavoro. Dall’altro, però, sono anche consapevoli delle difficoltà che hanno per cercare di rispondervi. Si tratta di uno strabismo che impedisce di mettere a fuoco il vero tema del mismatch: la sua natura culturale, prima ancora che organizzativa o professionale. E richiede uno sforzo di reciprocità nel cercare di individuare codici, linguaggi e soluzioni che contemperino necessità e attese di ciascuna delle parti.

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