L’invito di Assomac: riportare la manifattura in Italia per proteggere la pelletteria veneta
L’analisi di Mauro Bergozza, alla guida della Bergi e presidente dell’associazione: «La filiera è fatta dalla materia prima, dalla tecnologia e dal prodotto finito, se quest’ultimo è fatto in gran parte in Cina, ci rimettono anche i macchinari»

Riportare la manifattura in Italia e preservarne la base produttiva, per giocare la partita della competitività con la Cina sul piano meglio conosciuto dalle aziende del territorio: la qualità. Il messaggio, che investe l’industria e l’artigianato made in Italy in modo trasversale, arriva da un protagonista dell’economia nazionale e nordestina e portavoce d’eccellenza dello sviluppo tecnologico. Mauro Bergozza è presidente di Assomac, l’associazione nazionale dei costruttori italiani di tecnologie per calzature, pelletteria e conceria, ed è anche alla guida di Bergi, azienda di Arzignano specializzata nella progettazione e costruzione di macchine e automazioni per l’industria conciaria.
Il distretto che compete con la Cina
Si tratta di un sistema produttivo fortemente radicato nel territorio, che serve settori come moda, automotive e arredamento e la cui competitività deriva dalla complementarità tra produzione e innovazione tecnologica di processo e prodotto. Nel Vicentino, operano circa 40 imprese produttrici di macchinari per conceria, che esportano in 120 Paesi. Il distretto è uno dei pochi modelli industriali occidentali potenzialmente in grado di competere direttamente con la Cina, ma rischia di essere messo in pericolo dall’intraprendenza del Paese asiatico e dalla velocità con cui quest’ultimo mette in atto percorsi di trasformazione, in un contesto europeo e soprattutto italiano, che sta vivendo una fase di profondo cambiamento.
«Per quanto riguarda il distretto dei costruttori, che vanta per una buona parte costruttori di qualità, capaci di esportare nelle concerie più importanti del mondo, Cina compresa, al momento il mercato tiene, anche se è debole», spiega Bergozza, mettendo a fuoco la situazione: «La catena della pelle è costituita da materia prima, tecnologia e prodotto finito. Se quest’ultimo, a livello di pelletteria, calzature e imbottiti, è fatto per la gran parte in Cina, è chiaro che ad accusare il colpo saranno tutti gli attori della filiera, compresi i costruttori di macchinari. Inoltre, se le concerie cinesi si stanno sviluppando sempre più, realizzando alcuni prodotti anche validi, gli acquirenti cinesi acquisteranno da loro. Ed è altrettanto chiaro che il settore della tecnologia, in loco, si stia sviluppando in tempi più veloci rispetto a quanto stia facendo il nostro, che rischia di essere sempre meno competitivo».
La capillarità del settore in Veneto
Secondo i dati Unic, il Veneto conta oltre 420 imprese, più di 8.200 addetti e una produzione superiore ai 2,4 miliardi di euro, confermandosi il principale polo conciario italiano. Un sistema produttivo che si sviluppa attraverso una forte integrazione tra conceria, meccanica, chimica, servizi ambientali e recupero dei residui di lavorazione, dando origine a una filiera ad alto contenuto tecnico, profondamente radicata nel territorio e con applicazioni, tra glia altri, nei settori moda, automotive e arredamento.
È grazie a questa complementarità tra produzione e innovazione tecnologica di processo e prodotto che il distretto ha sviluppato, negli anni, elevati livelli di competenza, qualità produttiva e capacità competitiva internazionale. Rispetto alle altre tre regioni italiane nelle quali l’industria conciaria è presente in modo significativo, il Veneto, con il distretto vicentino e quello calzaturiero di lusso che distingue la Riviera del Brenta, nel veneziano, da tutti gli altri comparti manifatturieri d’Italia, detiene il primato in termini di ricavi generati (2.415 milioni il valore della produzione). In Toscana, la produzione si attesta a 1.195 milioni, per un totale di 5.765 addetti, seguita dalla Campania, con 231 milioni di produzione e 1.867 addetti, per finire con la Lombardia, dove si contano 877 addetti e una produzione di 162 milioni.
La specializzazione tecnologica
Nel comparto tecnologico conciario, l’Italia sta mantenendo una posizione di leadership mondiale, ma il quadro competitivo è in rapida trasformazione, con la Cina che vede aumentare la propria presenza internazionale, riducendo progressivamente il divario nei confronti dei produttori italiani, soprattutto nel mass market moda e nell’automotive.
Nonostante ciò, il settore continua a essere caratterizzato da elevate barriere tecnologiche e da un’elevata specializzazione industriale, elementi che possono differenziare il prodotto italiano: «Se vogliamo che la filiera della pelle resti in Italia e, di conseguenza, se vogliamo continuare ad essere competitivi anche nella tecnologia, dobbiamo avere la manifattura in Italia», conclude Bergozza. «Dobbiamo riportarla qui. Siamo consapevoli che questo comporta un aumento dei costi, ed è un ambito dove facciamo fatica a competere con i cinesi ma, se vogliamo salvare il settore, credo sia l’unica soluzione, specie considerando la complessità della situazione generale. Non è un problema solo relativo al settore della pelle, ma un problema generale, che interessa anche settori come il tessile, il legno e molto altro».
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