Ascopiave, i sindaci contro il blitz sulla governance
Alcuni Comuni soci con quasi il 12% della holding si ribellano. «Nessuna comunicazione preventiva sul cambio di statuto». Chiesta la convocazione dell’assemblea

Il tentativo di blitz di un manipolo di sindaci leghisti, guidati dal segretario provinciale della Lega Dimitri Coin, per defenestrare il presidente e amministratore delegato di Ascopiave Nicola Cecconato attraverso una modifica dello statuto della società quotata, sta producendo il classico effetto palla di neve.
Questa invasione di campo della politica in un’area delicata come la governance di una società quotata — per di più inserita nel segmento Star, che impone requisiti elevati di trasparenza — rischia infatti di attirare su di sé riflettori indesiderati, se non addirittura un faro della Consob.
Tanto che un gruppo dei soci della holding che controlla il gruppo di Pieve di Soligo si sta ribellando alla manovra.
Secondo quanto emerge, un gruppo di sindaci “trasversali” — che sommerebbe amministratori appartenenti a diversi partiti, dalla Lega al Pd fino a Fratelli d’Italia — e che rappresenterebbe circa il 10% se non addirittura il 12% del capitale di Asco Holding, ha chiesto la convocazione di un’assemblea straordinaria per discutere proprio della governance di Ascopiave. Il promotore sarebbe il sindaco di Tarzo Gianangelo Bof.
Alla base della richiesta ci sarebbero timori legati al quadro giuridico che, secondo alcuni soci, non sarebbe stato rispettato nella manovra di modifica statutaria, ma anche un certo disappunto per il tentativo di pochi di forzare la mano su un terreno che coinvolge interessi molto più ampi. Un malumore tanto più significativo se si considera la natura della holding, che raccoglie decine di enti locali.
Nella richiesta formale inviata al cda della holding presieduta da Graziano Panighel, cassaforte che tiene il 52,25% di Ascopiave ed è partecipata dai comuni delle province di Treviso, Belluno, Pordenone e Venezia, i soci spiegano di aver appreso solo dalla stampa dell’esistenza di proposte di modifica dello statuto della utility presentate al consiglio della società quotata. Come soci, sostengono di non aver ricevuto alcuna comunicazione preventiva sul contenuto di tali proposte, pur avendo un interesse diretto a conoscerle e a esprimere un parere.
Richiamando l’articolo 2367 del codice civile, che consente ai soci che rappresentano almeno un decimo del capitale sociale di chiedere la convocazione dell’assemblea indicando gli argomenti da trattare, i firmatari ricordano inoltre che la competenza a convocarla spetta al consiglio di amministrazione, come previsto dallo statuto della società.
La richiesta, precisano, si somma ad analoghe iniziative promosse da altri soci con l’obiettivo di aprire una discussione formale su una materia considerata di rilevante importanza sia per la holding sia per la società partecipata quotata. E sottolineano anche un ulteriore passaggio procedurale previsto dallo statuto: il consiglio di amministrazione ha infatti l’obbligo di convocare, almeno cinque giorni prima dell’assemblea generale, l’Assemblea dei soci pubblici in sede consultiva per discutere preventivamente gli argomenti all’ordine del giorno.
Tra i punti indicati figurano l’informativa e l’esame della proposta di modifica statutaria avanzata al consiglio di amministrazione di Ascopiave, l’analisi e la discussione nel merito di tali modifiche, un eventuale atto di indirizzo sulle nomine dei componenti del consiglio di amministrazione della società quotata, oltre alle deliberazioni conseguenti e alle eventuali ulteriori questioni.
La procedura richiede almeno quindici giorni per la convocazione e, trattandosi di possibili modifiche statutarie, lo statuto della holding prevede che vengano coinvolti preventivamente anche i 78 consigli comunali dei soci pubblici.
Proprio questa struttura rende cruciale il coordinamento tra i comuni soci. Negli anni è stato costruito un sistema di voto compatto attraverso l’Assemblea dei soci pubblici, introdotta nel 2019 dopo una sentenza del Consiglio di Stato che aveva messo in discussione precedenti meccanismi di coordinamento.
L’obiettivo era permettere agli enti locali di agire come un unico blocco decisionale per evitare che la minoranza privata potesse creare stalli o interferenze nelle scelte strategiche. —
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