Ascopiave ora rischia contraccolpi sul mercato. I pontieri al lavoro

Il blitz del cda di Asco Holding, deciso senza passare dai soci, potrebbe essere impugnato. Entro il 12 marzo possibile una mediazione con un’integrazione dell’ordine del giorno dell’asseblea 

Andrea Passerini

La collisione in casa Asco, fra la holding e la quotata Ascopiave genera un cortocircuito dagli esiti imprevedibili. La politica assicura che il blitz statutario non voleva rimuovere Nicola Cecconato, ma solo ridimensionarlo, chiedendogli di rinunciare a uno dei suoi ruoli anche nell’avvio del suo prossimo mandato. Ma adesso, dopo l’esplosione del conflitto - non gestito dietro le quinte - la società quotata in Borsa, secondo operatore nella distribuzione i gas in Italia, capace negli ultimi anni di allargarsi anche alle rinnovabili con cospicui investimenti, rischia l’indebolimento, e secondo gli osservatori anche di far ancora più gola alle big (citofonare Italgas, che ha appena incorporato 2i Rete gas). Oltre al fatto che un’azienda quotata non può essere eterodiretta, men che meno dalla politica. E la Consob su questo punto potrebbe intervenire anche duramente.

Alla fine del terzo mandato in Ascopiave, Cecconato, sin lì dominus incontrastato ha scoperto che la politica, Lega in primis, meglio quella che nella Marca guida il partito, gli chiedeva una precisa contropartita per la sua conferma. Una riduzione dei suoi poteri - sulle operazioni strategiche, sul trasferimento della sede - e l’avocazione delle decisioni sui compensi. Istanze che Cecconato - per le esigenze del mercato e per le prassi delle quotate del settore - ha considerato di fatto irricevibili. Nel merito, e nel metodo. E quando è esploso il caso, son saltati gli spazi di dialogo. Tanto che mentre Cecconato potrebbe valutare le tutele contrattuali - sulle dimissioni ma forse non solo, anche sulla sua sostituzione, a colpi di milioni – ci sono gli osservatori che già intravedono i possibili contraccolpi sulla governance, dopo nove anni marchiati dalle gestione del commercialista trevigiano, già tesoriere delle Lega, curriculum ricco anche di incarichi politici, e fino a qualche anno fa pupillo di Luca Zaia. RadioLega dice che i suoi colloqui con Alberto Stefani, e con Matteo Salvini abbiano messo in allerta la Lega trevigiana, che fa capo a Dimitri Coin. E che dopo i tentativi diplomatici di arrivare a ridurre i pieni poteri di Cecconato, anche in sede di cda, sia scattato il blitz.

Il mancato passaggio ella delibera di Asco Holding nell’assemblea dei soci - articolo 20, comma “c” dello statuto – può essere usato per respingere la manovra della casa madre e dei partiti. Il rischio di impugnazione esiste eccome. Dopo quanto è successo, sembra una chimera vedere Cecconato ancora nel board, o nella posizione apicale della struttura che risponde al ruolo di direttore generale. A meno che non si trovi il margine per una tregua.

Entro il 12 marzo la Holding dovrà rispondere al cda della quotata, mentre Ascopiave dovrà definire l’ordine del giorno dell’assemblea. È sufficiente che il 2,5 % del capitale chieda di integrare l’odg del 22 aprile per trovare un assetto di governance condiviso. Pontieri al lavoro, pare, ma campo minato da veleni e tossine.

A seguire con preoccupazione le vicende è proprio la Lega regionale, e lo stesso presidente del Veneto, Alberto Stefani. Fonti a lui vicine parlano di «apprensione» e «sconcerto» per la vicenda: «Dietro Ascopiave ci sono dipendenti e soci, risparmiatori e azionisti, non ci si può muovere come l’elefante nella cristalleria». E l’anima degli amministratori vicini a Luca Zaia ha già provveduto a lanciare il suo tamtam, ribadendo come la gestione Cecconato abbia assicurato «dividendi costanti a comuni ed investimenti». Come dire: continuità, non può venir discussa la gestione di Cecconato.

Dall’altra parte dello schieramento, le reazioni dure dei sindaci – un primo cittadino centrista: «Dopo nove anni si può anche cambiare», un altro di centrodestra «Ha fatto tutto quello che ha voluto, non è scandaloso chiedergli da fare mezzo passo indietro», rendono bene il clima.

Ma attenzione, la linea di Asco Holding, pure approvata all’unanimità dal cda con tre componenti della Lega, uno di Forza Italia e uno di Fratelli d’Italia – divide i partiti. Anche meloniani e civici. Esprime forse - in attesa di riprova in assemblea - la reazione di chi ha scoperto di non pesare più come un tempo. «Reazione scomposta», dice un veterano delle vicende di Pieve: «Lo si vuol rimuovere? Non lo si mette in lista. Si vuol ridisegnare l’assetto della governance? Qui ne va della reputazione della società, è una quotata, serve prudenza».

E fra chi a Pieve è tuttora azionista di minoranza della holding, c’è Massimo Malvestio con la Plavisgas presieduta da Oscar Marchetto: «È avvenuto quel che avevamo puntualmente previsto», osserva, «non è stata esercitata la prelazione quando abbiamo dato la disponibilità ad uscire, la società non può definirsi pubblica. Ora potremmo anche essere interessati ad ampliare la nostra quota, in un’ottica non ostile». Altri comuni soci sono pronti a cedere le quote? Intanto il Grande Nemico sotterra l’ascia di guerra.

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