Asco Holding, via libera all’assemblea. Diplomazia al lavoro su Cecconato
Il cda cambia idea: ci sono i tempi tecnici per convocare un passaggio informativo sul nuovo board prima del 28 marzo

il retroscena
Roberta Paolini
Alla fine l’assemblea straordinaria chiesta da alcuni comuni soci di Asco Holding (circa il 14% del capitale) si farà. A riaprire la partita è stata la rinuncia dei soci privati ai termini anticipatori di notifica, che ha fatto cadere l’obiezione sui tempi tecnici sollevata inizialmente ieri dal cda .
Una mossa che rende ora praticabile la convocazione dell’assemblea dei Soci Pubblici tra il 25 e il 26 marzo e quella di Asco Holding per il 31 marzo e il primo aprile. A questo punto, i tempi ci sono. Venendo meno la necessità di rispettare i termini ordinari, il calendario consente infatti di scendere a 8 giorni più 5. Fino a quel momento, però, la linea espressa dal cda riunito ieri era stata diversa. La posizione messa sul tavolo sarebbe stata infatti quella dell’impossibilità di convocare in tempo un’assemblea informativa sulla composizione del nuovo consiglio di amministrazione prima della scadenza del 28 marzo, termine ultimo per la presentazione della lista per il rinnovo del board di Ascopiave. La motivazione ufficiale faceva leva proprio sui tempi di convocazione e su un nodo procedurale: secondo questa impostazione, i soci privati non sarebbero stati raggiungibili via Pec e dunque non sarebbe stato possibile comprimere i termini.
Una tesi che però, alla luce della rinuncia successivamente formalizzata dagli stessi soci, ha perso consistenza. Da fonti vicine alla cassaforte dei 78 Comuni di Treviso, Pordenone e Venezia che presidia il 52,63% di Ascopiave, viene, tuttavia, ricordato che la presentazione delle liste resta un atto di gestione del cda, non una prerogativa dell’assemblea. Anche per questo, il passaggio assembleare avrebbe carattere informativo e non deliberativo: nessun voto vincolante, ma un confronto politico su quello che molti considerano l’atto più rilevante per la governance della società.
Ma non è tutto, la partita si gioca anche su un altro tavolo. Secondo quanto risulta, emissari di Dimitri Coin, segretario provinciale della Lega, avrebbero chiesto un incontro a Nicola Cecconato. Un avvicinamento compiuto con il classico rametto d’ulivo, ma con parecchie spine ancora attaccate. Sul tavolo sarebbe stata recapitata una proposta che più di compromesso sa di ridimensionamento: Cecconato resterebbe in Ascopiave come direttore generale con deleghe, dunque con poteri esecutivi ma fuori dal consiglio di amministrazione. Alla presidenza, invece, salirebbe Giovanni Zoppas, a sua volta con deleghe.
È uno schema che sulla carta può forse soddisfare qualche equilibrio politico, ma che industrialmente appare assai meno lineare. Perché Cecconato non è un manager qualsiasi da riallocare in organigramma. È l’uomo che più di ogni altro ha costruito la nuova Ascopiave, ne ha disegnato le direttrici strategiche, ne ha accompagnato la trasformazione e ne ha governato il salto di scala fino a farne il secondo gruppo italiano nella distribuzione del gas. Pensare che possa restare fuori dal board, ridotto a esecutore di una rotta che lui stesso ha contribuito a tracciare, appare più un esercizio di fantasia politica che una soluzione industriale credibile.
Anche perché il nuovo piano industriale, aggiornato e presentato a fine febbraio, porta esattamente quella firma: la sua, insieme a quella del consiglio. Per questo l’idea di separare la regia dalla gestione operativa rischia di essere non solo fragile, ma contraddittoria. E infatti l’ipotesi che Cecconato possa accettare un simile assetto appare, allo stato, tutt’altro che probabile. Il mercato, del resto, ha già espresso il proprio giudizio. Tra il 10 e il 13 marzo Ascopiave ha lasciato sul terreno il 7,79%, passando da 3,865 a 3,57 euro per azione e bruciando circa 69,15 milioni di euro di capitalizzazione. Ieri è calata di un ulteriore 0,56% portando il calo totale dall’inizio della partita a 74 milioni. Anche Kepler Cheuvreux ha acceso un faro sulla vicenda rivedendo la raccomandazione da Buy a Hold, ma il punto non è il declassamento: è la ragione. A incidere non è un deterioramento operativo, bensì l’introduzione di uno sconto legato al «risk of a change in management». Traduzione: il rischio che un cambio al vertice incrini la credibilità del piano industriale al 2029, presentato appena poche settimane fa. —
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