Panetta, i dazi Usa e la lezione di Venezia: «Si cresce con apertura e scambi»

Il governatore della Banca d’Italia, è intervenuto al Lido al congresso dell’Assiom Forex: «Le tariffe hanno pesato soprattutto sull’economia statunitense»

Giorgio Barbieri
Fabio Panetta, governatore della Banca d'Italia, all'Assiom Forex
Fabio Panetta, governatore della Banca d'Italia, all'Assiom Forex

«Venezia non è soltanto uno dei simboli culturali più riconosciuti al mondo. È anche uno dei luoghi fondativi della storia della finanza europea e mondiale». Si è aperto con un omaggio alla città lagunare, nelle sale del Palazzo del Casinò al Lido, il discorso del governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, all’Assiom Forex.

«A Venezia», ha poi aggiunto il numero uno di Palazzo Koch, «otto secoli fa, esisteva già un sistema di pagamenti che regolava le transazioni senza moneta, ma con un trasferimento dei fondi tra depositi. Nel 1500 nacque il Banco di Rialto, istituzione privata poi divenuta pubblica, le cui passività divennero mezzi di pagamento con corso legale», una sorta di «preistoria delle banche centrali».

Ed è quindi da Venezia, «una città che ha fondato la propria grandezza sull’apertura e sugli scambi tra culture e mondi diversi», che il governatore è partito per affrontato i principali nodi macroeconomici, a partire dalla guerra commerciale. «Nonostante l’introduzione dei dazi, nel 2025 il commercio internazionale è cresciuto del 4%», ha spiegato Panetta, «un ritmo superiore a quello del Pil mondiale e doppio rispetto alle attese».

A sorprendere non è solo la tenuta, ma la capacità di adattamento del sistema produttivo. Secondo le stime disponibili, ha quindi spiegato il governatore, «l’onere dei dazi sarebbe finora ricaduto soprattutto sull’economia statunitense», mentre «gli esportatori stranieri ne avrebbero sostenuto una quota limitata, stimata attorno al 10%». In una prima fase «l’impatto è stato assorbito dai margini di profitto delle imprese americane». Successivamente «è stato trasferito in parte ai consumatori finali», contribuendo «per più di mezzo punto percentuale all’inflazione».

Ma per Panetta il dato più rilevante è «la profonda ricomposizione geografica dei flussi commerciali». Le importazioni statunitensi dalla Cina hanno registrato «una contrazione superiore al 25%», mentre sono aumentate quelle da Paesi terzi come Messico, Vietnam e Taiwan. «La triangolazione degli scambi suggerisce che il disaccoppiamento effettivo tra Stati Uniti e Cina potrebbe essere inferiore a quanto suggerito dal calo dei flussi bilaterali». Nel complesso, «la ricomposizione geografica degli scambi ha attenuato l’impatto delle misure doganali sui volumi commerciali». Tuttavia, ha avvertito Panetta, «ciò non significa che i dazi siano privi di costi. Hanno accresciuto la complessità delle catene globali del valore», con effetti su costi, tempi di approvvigionamento e trasparenza.

Il quadro globale resta quindi estremamente dinamico. «Nel 2025 la crescita globale si è rivelata più robusta del previsto», con un Pil mondiale aumentato del 3,3%, «mezzo punto oltre le previsioni formulate un anno fa». A sostenere l’attività produttiva è stato «il dinamismo dei settori legati all’intelligenza artificiale, in particolare la costruzione dei data center». Gli Stati Uniti stanno beneficiando con particolare intensità di questa spinta: «L’economia americana sta crescendo a ritmi sostenuti», sostenuta anche dalla «vivace dinamica dei consumi delle famiglie». Anche l’Europa «affronta questa fase con una crescita superiore alle attese e un’inflazione tornata sotto controllo» .

La dinamica del Pil «intorno all’1,5%» è stata sostenuta dal recupero dei redditi reali e dall’allentamento monetario. L’inflazione è scesa all’1,7% e «dovrebbe stabilizzarsi attorno al 2% nel medio termine». Tuttavia i rischi restano «significativi in entrambe le direzioni»: rincari energetici e ulteriori frammentazioni potrebbero spingere i prezzi al rialzo, mentre un apprezzamento dell’euro o una correzione dei mercati potrebbero mantenerli sotto l’obiettivo. Sul piano finanziario, l’annuncio dei dazi nella scorsa primavera ha innescato «forti tensioni a livello globale»: il dollaro si è deprezzato e anche i titoli pubblici statunitensi hanno registrato movimenti atipici. Le tensioni si sono poi riassorbite, ma «non si può escludere che i rischi siano solo parzialmente incorporati nelle valutazioni correnti». Le valutazioni più elevate si concentrano nel settore dell’intelligenza artificiale, dove «la rapida crescita degli utili ha alimentato aspettative molto favorevoli sulla redditività futura», ma «permangono significative incertezze».

La crisi del multilateralismo investe anche il sistema monetario internazionale. «Il dollaro occupa una posizione preminente», rappresentando «circa il 60% delle riserve ufficiali». L’euro è «il secondo pilastro», ma il suo ruolo resta inferiore al potenziale a causa di un’integrazione finanziaria incompleta. Il sistema potrebbe evolvere verso una configurazione «più multipolare», ma «i mutamenti nella gerarchia valutaria tendono a essere graduali» .

Infine l’analisi del governatore si sposta sull’Italia. «Nonostante l’instabilità internazionale che ha frenato le esportazioni di beni nel 2025, il Pil italiano è cresciuto per il quinto anno consecutivo dello 0,7%». Le imprese sono «mediamente più capitalizzate, più redditizie e più competitive», il sistema bancario «fra i più redditizi e meglio capitalizzati d’Europa». Ma «un modello di crescita fondato sull’espansione dell’occupazione e su salari contenuti non è sostenibile». Senza «un deciso aumento della produttività», lo sviluppo rischia di arrestarsi. Il passaggio conclusivo riporta a Venezia. «La storia ci ricorda che l’apertura non è debolezza, ma lungimiranza». In un mondo segnato da tensioni e frammentazioni, «cooperare, rispettare le regole comuni, guardare oltre il breve periodo non è un retaggio del passato, ma la condizione per governare il futuro».

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