Il retroscena, su Mediobanca è passata la linea di Lovaglio. Le incognite sull’ok della Bce allo statuto
La lista del cda va presentata entro il 5 marzo, 40 giorni prima dell’assemblea. Il voto sul delisting di Piazzetta Cuccia segna una prima vittoria dell’ad di Mps. Sulla governance la parola a Francoforte

Nessun cambio di rotta sulla linea tracciata dal timoniere. La mossa compiuta martedì dal cda del Monte dei Paschi di Siena, con la decisione di procedere alla fusione per incorporazione di Mediobanca e al delisting dopo 70 anni di storia in Borsa, ha seguito il percorso delineato sin dall’inizio dal suo ad Luigi Lovaglio. Ed è arrivata all’unanimità, evitando strappi tra l’ad e il resto del consiglio.
Archiviate le tensioni e interne al board, colmate le distanze tra Lovaglio e un azionista di peso come Francesco Gaetano Caltagirone rispetto alla nuova architettura societaria, rassicurata la Bce che guardava con perplessità a possibili scostamenti dal percorso già delineato al mercato, il voto del cda ha confermato il piano di Lovaglio, chiudendo il cerchio dell’operazione immaginata dallo stesso più di un anno fa e sgombrando il campo dagli scenari alternativi ipotizzati negli ultimi mesi da quanti volevano una Mediobanca ancora almeno in parte autonoma, perché quotata.
Il ripristino del flottante con il mantenimento di Mediobanca sul listino, oltre a rivelarsi una scelta antieconomica, avrebbe limitato l’intensità della presa di Mps su Piazzetta Cuccia, che ora resta invece saldamente nelle mani di Siena e dei suoi azionisti.

Con l’attuarsi del piano prefigurato al momento del lancio dell’offerta, Lovaglio ha portato a termine il progetto immaginato sin dall’inizio, disegnando il profilo di un nuovo polo bancario con ambizioni sia sul fronte commerciale sia su quello dell’investment banking.
Soprattutto, Mediobanca porta in dote il 13% di Generali, di cui Piazzetta Cuccia resterà custode. Dentro il perimetro della nuova “Mediobanca spa” non quotata, controllata al 100% da Mps, ricade infatti anche la partecipazione del 13,2% nel Leone, formalmente ancora nel portafoglio di Mediobanca – e quindi gestito dai vertici insediatisi quattro mesi fa, l’ad Alessandro Melzi d’Eril e il presidente Vittorio Grilli – ma sempre sotto la direzione Mps. La scelta, letta da alcuni come un compromesso tra le istanze iniziali dell’ad e quelle degli azionisti di maggior peso nonché soci rilevanti del Leone, non cambia la sostanza dei nuovi assetti: con la fusione tra Mps e Mediobanca, Siena ha accorciato la distanza da Trieste, riducendo gli anelli nella catena di controllo.
Ora i prossimi passi nel processo di «piena integrazione», attuato con l’obiettivo di «massimizzare la creazione di valore», sono di natura tecnica: un nuovo cda di Mps, uno di Mediobanca, la fairness opinion sul rapporto di concambio. Passaggi che forse avverranno, tempo permettendo, prima della presentazione del piano industriale, attesa per venerdì 27. Lovaglio ha promesso al mercato sinergie tra i due istituti per 700 milioni tra maggiori ricavi e minori costi, se non addirittura superiori stando alle aperture fatte in occasione della presentazione dei conti. Altra questione è quale sarà il management alla guida dell’istituto senese chiamato ad attuare il piano.
Se la posizione dell’attuale ad si è rafforzata con la conferma della sua linea su fusione e delisting – apprezzata dal mercato, visto che ieri Mediobanca ha guadagnato oltre il 5% in Borsa e Mps l’1,5%, dopo aver sfiorato il 3% – si attende ancora il via libera della Bce al cambiamento di statuto votato il 4 febbraio dall’assemblea del Monte per recepire la legge Capitali. Le modifiche statutarie hanno introdotto la cosiddetta lista del cda, ovvero la facoltà del consiglio uscente di presentare una propria lista di candidati per il nuovo organo.
Passaggio cruciale per il rinnovo del consiglio in scadenza, visto che i due maggiori soci privati, Delfin (17,5%) e Caltagirone (10,2%), non possono presentare una lista di maggioranza. In ballo c’è la conferma del ticket Maione-Lovaglio che, se resterà in carica, guiderà anche l’integrazione nell’orbita senese di Mediobanca.
La lista va presentata 40 giorni prima dell’assemblea, cioè entro il 5 marzo. Nell’eventualità in cui l’ok di Francoforte non arrivasse in tempo, toccherebbe ai soci. Azionisti minori ma rilevanti, come BlackRock (5%), il Mef (4,8%), Banco Bpm (3,7%). Delfin, che pare fin qui aver apprezzato l’operato di Lovaglio, potrebbe sostenere una lista dei soci per la conferma dell’ad. Più incerto è che lo faccia Caltagirone che, stando alle indiscrezioni emerse, sulla partita della fusione ha mantenuto un atteggiamento dialettico rispetto alla linea Lovaglio. Fin qui, quella vincente.—
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