Mps, il destino di Lovaglio dipende dalla lista del cda e dai piani su Mediobanca
Approda in consiglio del Monte il regolamento statutario per il rinnovo della governance. La composizione del board deve arrivare entro il 6 marzo. In mezzo l’assemblea e l’ok di Bce

Il cda di Monte dei Paschi è chiamato oggi a sciogliere il nodo che riguarda la posizione dell’ad Luigi Lovaglio nel processo di formazione della lista del consiglio, e dunque nel futuro assetto della banca.
Sul tavolo del board, presieduto da Nicola Maione, c’è l’approvazione del regolamento per la lista del cda e la nomina dell’head hunter a supporto del processo. Ma il vero punto politico riguarda l’eventuale esclusione degli amministratori indagati — e quindi del ceo — dalle fasi di engagement con gli azionisti e dal voto sulla lista.
Il Comitato nomine ha lavorato a una bozza che possa raccogliere un consenso ampio, smussando le rigidità della versione presentata il 22 gennaio, quando il consiglio aveva chiesto ulteriori approfondimenti. La linea di compromesso su cui si starebbe convergendo consentirebbe a Lovaglio di partecipare alla selezione dei candidati e al voto in consiglio, escludendolo però dal confronto diretto con gli azionisti, che verrebbe affidato al presidente. Una soluzione già adottata in altre società quotate, pensata per sterilizzare il rischio di contestazioni legate alle indagini sul presunto concerto su Mediobanca, che coinvolgono anche Francesco Milleri presidente di Delfin e Francesco Gaetano Caltagirone e le sue società.
Se il board troverà un punto di equilibrio, la palla passerà alla Bce, chiamata a validare le modifiche statutarie, in vista dell’assemblea straordinaria del 4 febbraio. La lista del cda è attesa entro il 6 marzo. Nel frattempo, Mps punta a presentare entro fine febbraio il piano di integrazione con Mediobanca — di cui controlla l’86,3% — al mercato e a Francoforte. La vigilanza, secondo quanto filtra, non sarebbe disposta a concedere deroghe.
Intanto la Vigilanza di Francoforte, secondo quanto riportato da MF-Milano Finanza, nei giorni scorsi si sarebbe detta contraria all’ipotesi di rinvio del piano industriale e del delisting proposte dal cda della banca senese all’autorità di controllo europea. Per la Bce infatti gli impegni presi devono essere rispettati secondo i tempi indicati nella lettera di autorizzazione all’opas.
Febbraio sarà anche il mese di consultazioni con gli azionisti. Il destino di Lovaglio dipenderà dalla capacità di aggregare consenso attorno alla strategia su Mediobanca. Il ceo continua a considerare la fusione come l’opzione industrialmente più solida, posizione condivisa da un report di Deutsche Bank datato 20 gennaio. Una soluzione che piace anche a molti soci più piccoli e che invece non sarebbe la preferita da Caltagirone, che invece preferirebbe mantenere Piazzetta Cuccia indipendente, ricostituendo il flottante e vendendo.
La strategia alternativa — scendere sotto i due terzi del capitale di Mediobanca, forse intorno al 51%, senza integrazione — riflette questa dicotomia, oltre ad essere antieconomica: Mediobanca ha perso quasi il 10% negli ultimi sei mesi.
Caltagirone ha ottenuto il via libera a salire al 20% in Mps solo a condizione che l’investimento resti puramente finanziario, senza influenza sulla governance, una clausola analoga a quella applicata a Delfin. Ma il peso politico dell’imprenditore romano in Mediobanca è strutturalmente diverso.
L’operazione Mediobanca, nelle intenzioni originarie, era stata disegnata come integrazione industriale piena: corporate e investment banking a Piazzetta Cuccia, Compass, Mediobanca Premier e la partecipazione in Generali dentro Mps. Un’architettura pensata per massimizzare sinergie e semplificare il gruppo. La quota in Generali dentro a Siena avrebbe un razionale industriale, soprattutto in vista della scadenza del contratto di bancassurance con Axa. Ma spostare quell’asset a Siena significa spostare potere, riducendo l’influenza esercitabile da Mediobanca. Inoltre l’operazione Mediobanca prometteva sinergie per 700 milioni, 600 secondo Deutsche Bank mantenendo lo status quo con l’86% di Mediobanca. E il rilancio con la quota cash, di cui hanno beneficiato gli azionisti di Mediobanca, e quindi anche Delfin e Caltagirone, è stato fatto per la stessa ragione.
Sullo sfondo resta UniCredit, nonostante le smentite ufficiali, le interlocuzioni con Delfin proseguono. La holding della famiglia Del Vecchio mantiene su questa vicenda una postura più prudente, ma l’intenzione non è uscire dalle partecipazioni finanziarie, anche a dispetto dei rumor su pressioni interne per dismetterle. Delfin ha ribadito che «opera con un approccio orientato alla creazione di valore nel tempo, nell’interesse della società e dei suoi azionisti, anche a beneficio della crescita del Paese».
Nel contesto del risiko le opzioni per Andrea Orcel non sono molte, ma allo stato attuale uno scambio azionario con Mps potrebbe essere una grossa finestra di opportunità dopo lo sbarramento del Governo con il golden power sulla questione del Banco. Sarebbe in grado di generare diversi vantaggi: anche considerando che Siena gode di un eccesso di capitale per ratio patrimoniali sopra il mercato. Uno scambio azionario porterebbe oltretutto Delfin a diventare il primo azionista di Piazza Gae Aulenti e tutto ciò con una contropartita che rimetterebbe ordine: stabilizzare l’intera filiera che da Siena, passando per Piazzetta Cuccia, arriva fino al Leone.
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