La lettera di Asco che gela i Comuni: «Decidiamo noi»
Il cda della Holding: «Sulle nomine assemblea solo informativa». Ma il Consiglio di Stato aveva imposto un ruolo di orientamento

Resta alta la tensione all’interno di Asco Holding sul ruolo dei Comuni soci nella governance e, soprattutto, sui limiti dei loro poteri rispetto alle decisioni strategiche che riguardano Ascopiave.
Lunedì il cda della cassaforte che presidia il 52,63% di Ascopiave dopo un primo rifiuto legato a questioni procedurali ha dato il via libera alla convocazione dell’Assemblea dei Soci Pubblici e a quella della holding stessa, prevista in prima convocazione il 31 marzo e l’1 aprile in seconda convocazione.
Intanto il 16 marzo òla lettera inviata dal presidente Graziano Panighel a dieci amministrazioni comunali — tra cui Asolo, Preganziol e Vittorio Veneto — è intervenuta formalmente sulla richiesta di convocazione mettendo dei paletti. E, nei fatti, riapre un nodo più ampio: quello del rapporto tra il cda e i soci pubblici in una holding che non può essere trattata come una semplice partecipazione finanziaria.
Nella comunicazione, il cda sostiene che eventuali proposte di modifica dello statuto di Ascopiave — ipotesi al momento accantonata — non richiedano una preventiva autorizzazione dell’assemblea di Asco Holding. Allo stesso modo, secondo questa impostazione, l’assemblea non avrebbe il potere di esprimere atti di indirizzo sulle nomine del cda di Ascopiave.
La competenza su queste materie, si legge, spetterebbe integralmente al cda, che ne assumerebbe anche la piena responsabilità. Da qui la conclusione: l’assemblea richiesta dai Comuni potrebbe avere, su questi temi, una funzione esclusivamente informativa.
Una lettura che si scontra con il quadro normativo delineatosi negli ultimi anni. La sentenza n. 578 del 2019 del Consiglio di Stato ha fissato un principio chiave: i Comuni possono mantenere le proprie quote in una holding solo se esercitano un orientamento reale sulle decisioni più rilevanti, evitando così l’obbligo di alienazione previsto dal Testo unico sulle società partecipate, meglio nota come Legge Madia.
Non basta, dunque, il ruolo di semplici investitori: è necessario incidere concretamente sugli indirizzi strategici. Proprio in risposta a questa indicazione, l’11 novembre 2019 Asco Holding ha modificato il proprio statuto introducendo l’articolo 21 e istituendo l’Assemblea dei Soci Pubblici. Non un passaggio formale, ma uno strumento pensato per tradurre in pratica il principio indicato dal Consiglio di Stato. L’organo deve essere convocato prima di ogni assemblea della holding e rappresenta il luogo in cui i Comuni sono chiamati a confrontarsi e a definire una posizione condivisa sulle questioni più rilevanti, incluse quelle di governance. Il tema si fa ancora più delicato se osservato lungo la catena di controllo societario.
Asco Holding, azionista di maggioranza di Ascopiave, ha infatti un ruolo determinante nella presentazione della lista principale per il rinnovo del cda della controllata. In questo contesto, sostenere che la scelta dei nomi sia una prerogativa esclusiva del cda di Asco rischia di svuotare proprio quel ruolo di orientamento richiesto ai soci pubblici. Se i Comuni devono incidere sulle decisioni strategiche, appare difficile escludere che tra queste rientri anche la definizione dell’indirizzo politico e industriale che guida la composizione degli organi della società partecipata. Il punto, del resto, non riguarda solo l’articolo 21. Anche l’articolo 20 dello statuto di Asco sembra rafforzare il ruolo dei soci, prevedendo che alcune decisioni del cda siano subordinate a una preventiva autorizzazione dell’assemblea ordinaria. Tra queste, in particolare, rientra l’approvazione delle linee guida e degli indirizzi generali destinati allo stesso board.
Intanto la spartizione politica di Ascopiave rischia di lasciare veleni e tossine: per far entrare Fratelli d’Italia, Lega e alleati pensano di escludere il Pd, il cui consigliere uscente Enrico Quarello è stato artefice con Gianpaolo Gobbo e Toni Da Re di quel patto che ha marchiato la cogestione dopo l’era Salton e l’affaire Sinergie italiane. E questo spiega il perché della fibrillazione di alcuni soci. «Siamo stati esclusi dal cda della holding, vogliamo che non succeda anche nella quotata», dicono Pd ed alleati. Ma Lega , Fi e FdI vogliono tirare dritto. Alternative? La Lega dovrebbe rinunciare ad un consigliere (da 4 a 3), o Forza Italia al suo seggio; FdI freme per pesare nel board. Il manuale Cencelli, stavolta, non riuscirà ad accontentare tutti. In pole per la presidenza resta Gianni Zoppas, in cda resterebbero Greta Pietrobon (Fi), Luisa Vecchiato (Lega) e Federica Monti. Outsider: Elena Chanaà (area Lega) e Marina Bonotto (FdI). Mentre su Nicola Cecconato si sono mosse le diplomazie, ma per ora l’offerta non è ricevibile.
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