Intesa più vicina a Mps: nuovi scenari per Bpm
Il ritiro del Banco lascia campo libero all’Opas sul Monte dei Paschi sul cui destino pesa il delicato equilibrio attorno al 13,3% di Generali. Ora per Piazza Meda tornano in campo le ipotesi Crédit Agricole e UniCredit

Il passo indietro di Banco Bpm nel dialogo con Monte dei Paschi di Siena cambia, probabilmente in maniera definitiva, gli equilibri del risiko bancario italiano. La decisione di interrompere il confronto con l’istituto senese, a quasi due mesi dall’invio della proposta, lascia infatti campo libero all’offerta da 30,6 miliardi di euro lanciata da Intesa Sanpaolo su Mps, operazione che, se portata a termine, darebbe vita al secondo gruppo bancario europeo per capitalizzazione di Borsa.
Per Carlo Messina si tratta dell’obiettivo strategico dichiarato. Lo stesso amministratore delegato di Intesa aveva richiamato il celebre “Whatever it takes” di Mario Draghi, assicurando di essere pronto a fare tutto il necessario per completare l’operazione. I numeri dell’offerta - che valorizza Monte dei Paschi 10,091 euro per azione, con un corrispettivo di 1,6 azioni Intesa Sanpaolo più una componente in contanti di un euro per ogni titolo Mps - restringono ulteriormente gli spazi per eventuali contromosse.
Con ogni probabilità a pesare maggiormente sul naufragio della fusione tra Mps e Bpm è stata l’architettura finanziaria studiata per accompagnare l’operazione. Un’architettura che non era ben vista non solo a Palazzo Chigi, ma anche da due soci influenti come Delfin e il gruppo Caltagirone, impegnati negli ultimi anni a rafforzare proprio il peso dell’azionariato italiano nel Leone. L’ipotesi che era circolata nei giorni scorsi era infatti quella di accompagnare la fusione con la distribuzione di un consistente dividendo straordinario agli azionisti Mps.
Il maxi-dividendo avrebbe avuto una doppia funzione: riconoscere immediatamente valore ai soci di Siena chiamati a scegliere l’alternativa Banco e, contemporaneamente, ridurre la distanza tra le valutazioni dei due istituti, rendendo sostenibile un concambio più vicino alla parità. Il problema era come finanziarlo. Ed è qui che entrava in gioco Generali. Con l’integrazione di Mediobanca, Mps tiene come noto il 13,3% nel Leone, che alle attuali quotazioni vale oltre 8 miliardi. Quella quota rappresenta allo stesso tempo un enorme serbatoio di valore e uno degli asset strategicamente più delicati del nuovo perimetro senese. Una sua valorizzazione, anche parziale, avrebbe potuto contribuire a finanziare il riequilibrio necessario alla fusione con Banco Bpm. Un’ipotesi, come detto, che non ha trovato estimatori né a Palazzo Chigi né tra i grandi soci.
Ora l’attenzione si sposta anche sul futuro dell’istituto di Piazza Meda per il quale circolano due ipotesi. La prima, secondo quanto viene ricostruito in ambienti finanziari, sarebbe quella di una aggregazione con Crédit Agricole Italia. Un’operazione che sarebbe di gran lunga gradita ai vertici della Banque Verte che detiene il 29,3% di Bpm e che vede il mercato italiano strategico. Ad oggi però i francesi, secondo le parole della Cfo, Clotilde L’Angevin, in occasione dei risultati semestrali, non hanno ancora richiesto alla Bce l’autorizzazione per il controllo di Banco Bpm. L’altra ipotesi che circola è quella di una mossa di UniCredit, ma l’amministratore delegato del gruppo, Andrea Orcel, ha più volte ribadito che, per il momento, nel risiko italiano «siamo osservatori».
Sul ruolo di UniCredit in Italia non vanno poi trascurate anche le parole di apertura di Carlo Messina, guardando a possibili collaborazioni in futuro su diversi fronti. Tra gli addetti ai lavori c'è chi osserva che potrebbero riguardare anche la presenza in Generali, con UniCredit che è già azionista e con Intesa che acquisirà la quota di Mediobanca una volta completata l’Opas su Mps. L’altro fronte potrebbe riguardare la cessione di filiali di Siena che, oltre a quelli destinati a Unipol e poi girati a Bper, dovessero risultare in eccesso per ragioni di Antitrust.
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