Generali torna baricentro della finanza italiana: le mosse di Mps e Delfin

L’ascesa di UniCredit nel capitale del Leone apre ad una nuova fase del risiko bancario. Siena nega che la quota della compagnia sia in vendita, la holding dei Del Vecchio valuta

Roberta Paolini

 

Generali torna al centro della finanza italiana e questa volta non per l’ennesimo confronto tra soci storici, ma perché dentro il capitale del Leone si stanno ricomponendo gli equilibri del nuovo capitalismo nazionale. L’assemblea del 23 aprile ha consegnato al mercato un’indicazione che si muoveva sottotraccia del mercato da mesi. UniCredit è salita all’8,72% del Leone, una soglia che colloca la banca guidata da Andrea Orcel come terzo socio della compagnia e che, soprattutto, riapre il dossier sulle future geometrie tra banche, assicurazioni e grandi holding italiane.

Non si tratta soltanto di un investimento redditizio. Generali ha chiuso il 2025 con circa 4,3 miliardi di utile netto, ha portato il dividendo a 1,64 euro per azione, in crescita del 15%, e ha varato un buyback da 500 milioni. Il titolo viaggia vicino ai massimi storici, intorno a 37,8 euro, e una quota come quella detenuta da UniCredit vale oltre 5 miliardi di euro. Ma pensare che Orcel si sia mosso solo per incassare cedole e plusvalenze significherebbe leggere la superficie.

La banca ha spiegato che la posizione complessiva è in gran parte coperta, il che riduce al minimo l’esposizione economica e l’assorbimento di capitale. In altre parole, UniCredit può limitare l’impatto patrimoniale dell’investimento e allo stesso tempo mantenere influenza piena in assemblea. È una costruzione coerente con il metodo Orcel: usare il capitale con efficienza, senza rinunciare al presidio strategico.

Il tempismo dell’operazione è tutt’altro che secondario. UniCredit sta portando avanti il dossier Commerzbank, dove ha progressivamente rafforzato la propria posizione, e contemporaneamente sta ridisegnando il business commissionale europeo. Il prossimo ciclo del settore bancario sarà meno sostenuto dai tassi e molto più giocato su wealth management, assicurazioni, advisory e distribuzione di prodotti finanziari. È qui che Generali diventa preziosa.

Nel piano industriale di UniCredit la crescita delle commissioni è uno snodo centrale. Il gruppo ha chiuso il 2025 con 24,5 miliardi di ricavi e 10,9 miliardi di utile netto, ma il mercato guarda già oltre. La banca ha scelto di internalizzare segmenti del ramo vita in Italia, mentre si avvicina la scadenza degli accordi con Amundi nel 2027 e si ridefiniscono quelli con Allianz. Con la compagnia tedesca gli accordi nel Danni in Italia scadono l’anno prossimo, e pure in Germania gli accordi con Allianz andrebbero al rinnovo nello stesso periodo. Ma mentre con l’operazione Commerz in corso un eventuale cambiamento del partner assicurativo non sarebbe letto bene, vista l’ostilità con cui è stata accolta l’Ops, diversa è la questione con Generali in Italia, che dell’istituto di Gae Aulenti è partner anche in diversi paesi nell’Europa Orientale.

Dei Total Financial Assets di UniCredit, pari a a 871 miliardi, 193 sono tra masse gestite e amministrate (86 miliardi sono quelli dell’accordo con Amundi) e 59,4 miliardi sono relativi invece all’Insurance. In questo quadro, avere quasi il 9% di Generali significa sedersi con una posizione di forza al tavolo del principale produttore assicurativo italiano e tra i principali asset manager e, contemporaneamente, staccare un biglietto in un riassetto nel capitale del Leone che prima o poi si manifesterà.

La partita non riguarda però solo Piazza Gae Aulenti. Sullo sfondo c’è Monte dei Paschi di Siena, che dopo il riassetto con Mediobanca si ritrova in pancia la storica partecipazione del 13,19% nel Leone, un asset valutato dal mercato intorno ai 7,4 miliardi di euro. È una quota che garantisce dividendi, contribuisce alla solidità patrimoniale e soprattutto offre flessibilità strategica. Per questo il mercato continua a interrogarsi sul suo possibile utilizzo in future operazioni di consolidamento, a partire dal dossier Banco Bpm. La banca guidata da Luigi Lovaglio ha smentito il Financial Times che vi siano ipotesi allo studio sulla vendita della partecipazione al momento, ribadendo che la priorità resta l’integrazione con Mediobanca. Ma una quota di quelle dimensioni resta inevitabilmente una leva potenziale. E Lovaglio l’ha sempre definita un «nice to have», quindi qualcosa che un giorno potrebbe andare sul mercato, come e in che tempi è prematuro a dirsi.

A rendere ancora più complesso il quadro c’è Delfin, che con circa il 10,05% di Generali continua a occupare una posizione centrale. La holding è presente anche nel capitale di Mps, con il 17,5% e UniCredit, 2,7%, e contemporaneamente sta affrontando la ricomposizione del mosaico interno destinato a rafforzare Leonardo Maria Del Vecchio. Il mercato segue l’ipotesi di un’operazione sostenuta da finanziamenti bancari molto rilevanti, fino a 10 miliardi, che consentirebbe di consolidare il controllo della cassaforte familiare. Se il passaggio andasse a compimento, Delfin uscirebbe dalla lunga fase interlocutoria successiva alla scomparsa del fondatore e si presenterebbe come il vero ago della bilancia tra Siena, Milano e Trieste. UniCredit di cui è azionista Delfin è nel pool di banche che starebbe lavorando sul prestito. Cosa intenda fare la holding della famiglia Del Vecchio della partecipazione in Generali è al momento un elemento su cui si sta ragionando come su altri aspetti. La situazione è fluida.

In questo mosaico manca solo il grande protagonista che, per ora, ha scelto di non entrare in scena: Intesa Sanpaolo. Carlo Messina continua a rivendicare una strategia diversa, fondata su crescita organica, leadership domestica e primato nel wealth management. La macchina assicurativa di Intesa Vita nel 2025 ha raccolto 19,8 miliardi di premi vita (secondo operatore del mercato dietro a Generali Italia) con oltre 182 miliardi di riserve tecniche. Un eventuale ingresso nel Leone solleverebbe problemi antitrust e implicherebbe un cambio di filosofia industriale. Per questo Intesa resta ferma. Ma proprio questa immobilità la rende decisiva: se non si muove, lascia spazio a UniCredit; se decidesse di intervenire, gli equilibri cambierebbero in poche settimane.

Il punto vero è che Generali è tornata a essere (se mai avesse smesso) il baricentro della finanza italiana.

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