Fine corsa per Lovaglio: il cda di Mps approva la lista per il rinnovo
Il manager escluso dai candidati per il nuovo consiglio dopo le tensioni con Caltagirone. La Bce ha dato il via libera alla modifica dello statuto per il recepimento della Legge Capitali

«Cavaliere, allora!». «Ma lei è il grande comandante Lovaglio? Come sta?». «Molto bene! Abbiamo fatto una bella operazione».
La voce è quella di Luigi Lovaglio, amministratore delegato del Monte dei Paschi di Siena. Dall’altra parte del telefono Francesco Gaetano Caltagirone.
Il dialogo prosegue con un tono quasi cameratesco. «Il vero ingegnere è stato lei», dice il banchiere, «Io ho eseguito solo l’incarico… godiamoci questa cosa, ha ingegnato una cosa perfetta».
È il 18 aprile 2025, il giorno successivo all’assemblea con cui i soci di Mps approvano la scalata a Mediobanca attraverso un’offerta pubblica di scambio.
Quella conversazione, trascritta e poi depositata nell’istanza di sequestro che sta alla base dell’indagine della Procura di Milano sul presunto concerto nella conquista di Piazzetta Cuccia, restituisce l’immagine di un’alleanza solida tra il manager che aveva appena completato il risanamento della banca senese e uno dei grandi azionisti privati che stavano ridisegnando gli equilibri della finanza italiana.
Sembra passato un attimo. In realtà sono trascorsi dieci mesi. E ieri quello stesso «grande comandante» è stato messo fuori dalla lista del consiglio di amministrazione per il rinnovo del board di Mps.
Il consiglio che lui stesso guida ha approvato la lista dei candidati senza il suo nome. Lovaglio non è stato ricandidato.
Un epilogo che, ripensando a quella telefonata di undici mesi fa, appare quasi paradossale.
Eppure, sotto la superficie, qualcosa covava da tempo. A chi osservava da vicino le dinamiche della banca era ormai chiaro che la corsa del manager che aveva salvato Siena rischiava di infrangersi proprio nel momento del massimo protagonismo.
La decisione è maturata nella tarda serata di martedì all’interno del comitato nomine e rappresenta una svolta inattesa per la banca più antica del mondo, proprio mentre il Monte è tornato al centro del risiko bancario italiano.
Il comitato ha elaborato una rosa di venti nomi dal consiglio.
Per l’approvazione della lista serviranno almeno dieci voti su quattordici. Contestualmente il board dovrebbe anche indicare il possibile successore di Lovaglio, aprendo formalmente la partita sulla futura guida dell’istituto.
La lista verrà trasmessa alla Banca centrale europea.
Francoforte ha dato ieri disco verde per la modifica dello statuto che prevede il recepimento della Legge Capitali.
Nella lista approvata dal board Nicola Maione è segnalato per la conferma a presidente.
Mentre sono stati indicati come candidati a prendere il posto di amministratore delegato l’ex ministro e banchiere Corrado Passera, l’amministratore delegato di Acea Fabrizio Palermo, già alla guida della Cassa Depositi e Prestiti, e Carlo Vivaldi, ex responsabile dell’Europa orientale di UniCredit.
Sono nomi che saranno sottoposti al vaglio dei soci nell’assemblea del 15 aprile e che raccontano quanto la scelta del nuovo vertice sia considerata cruciale per il futuro della banca senese.
Il paradosso è che la caduta di Lovaglio arriva proprio dopo il successo della sua missione originaria.
Quando si insediò alla guida del Monte, la banca era reduce da anni di crisi, ricapitalizzazioni e interventi pubblici.
Il piano di ristrutturazione ha riportato l’istituto in utile, migliorando gli indici patrimoniali e restituendo credibilità alla banca sui mercati.
Dopo il via libera alla fusione di Mediobanca e dopo la presentazione al mercato di un piano industriale che promette al 2030 cedole complessive per 16 miliardi.
Un piano che intende anche portare a regime le sinergie promesse pari a 700 milioni di euro.
Ma la rottura tra Lovaglio e una parte dei soci, uno in particolare, sarebbe arrivata all’inizio del 2026.
Un articolo del Financial Times di gennaio aveva portato alla luce le tensioni crescenti tra Lovaglio e Caltagirone sulla fusione con Mediobanca e sulla gestione della partecipazione in Generali.
Le smentite ufficiali non sono bastate a dissipare la sensazione che il rapporto fiduciario tra i due si fosse ormai incrinato.
Il consiglio di amministrazione del Monte si è così ritrovato progressivamente diviso.
Da una parte il management sosteneva la necessità di garantire continuità operativa per completare il progetto di integrazione entro la fine del 2026. Dall’altra una parte del board, sensibile alle preoccupazioni dei soci privati e ai suggerimenti dei consulenti legali, iniziava a considerare la rimozione di Lovaglio come una scelta necessaria per proteggere la banca dai rischi legati all’inchiesta.
In questo quadro Delfin, holding della famiglia Del vecchio, primo azionista di Mps con 17,3%, che ha sempre manifestato il proprio appoggio a Lovaglio, nel nuovo quadro delineato tenderebbe a non schierarsi e a non entrare in dinamiche di governance.
Preservando il proprio ruolo di investitore finanziario, così come stabilito dagli accordi con Bce al momento dell’ingresso in Mediobanca e successivamente del Monte. —
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