La Fed alza i tassi di 0,25. L’ira della Casa Bianca
Il numero uno della Banca centrale Usa Kevin Warsh parla di decisione «unanime» anti-inflazione «alta da troppo tempo»

La Federal Reserve rialza i tassi, per la prima volta in tre anni, portandoli nell'intervallo obiettivo del 3,75%-4%, con l'ipotesi di almeno un altro rialzo entro la fine dell'anno.
L'intervento di 25 punti base, adottato all'unanimità (12 a zero), era atteso e già scontato a malincuore dai mercati, gettando le basi per uno scontro tra il numero uno della Banca centrale Usa Kevin Warsh e il suo sponsor, il presidente Donald Trump, che dal suo ritorno alla Casa Bianca non ha fatto altro che premere per il taglio dei tassi a sostegno dell'economia.
E infatti la reazione della Casa Bianca non ha tardato: una decisione «infelice», «non sostenuta da motivazioni economiche particolarmente convincenti». «Non ho nulla da riferire in merito a eventuali colloqui con il presidente: tuttavia, non considererò questa come la domanda ufficiale», ha detto il presidente della Fed, Kevin Warsh, nel briefing post Fomc a chi gli chiedeva quale fosse il suo messaggio per Donald Trump.
«Per quanto riguarda i cittadini americani sono le fasce meno abbienti a trarre i maggiori benefici dalla stabilità dei prezzi. La decisione odierna è quella giusta per adempiere al mandato conferitoci dal Congresso, ovvero garantire la stabilità dei prezzi», ha detto Warsh.
L'attività economica Usa ha avuto un'espansione «a un passo solido, mostrando una forte resilienza». Con le incertezze geopolitiche pendenti, ha affermato ancora, il trend dell'occupazione è solido, mentre «per 5 anni l'inflazione è rimasta sopra il target» del 2%: «troppo alta per troppo tempo».
Con la decisione adottata all'unanimità il Fomc ha mostrato dunque «la volontà di combattere il rialzo dei prezzi, nel rispetto del suo duplice mandato di un solido mercato del lavoro e una bassa inflazione, ha detto Warsh rilevando ancora una volta l'importanza strategica dell'indipendenza in capo alla Federal Reserve: «Noi restiamo sulla nostra corsia».
L'anno scorso il tycoon ha insistito con forza sul ribasso del costo del denaro e alla fine la Federal Reserve ha proceduto a tre riduzioni. Il terreno per un trend contrario è adesso maturato per l'intensificarsi del conflitto in Medio Oriente e per le incertezze sulle forniture di petrolio, che ha spinto al rialzo i prezzi del greggio e alimentato le aspettative di inflazione, con i rendimenti del T-Bond a 10 anni saliti pericolosamente oltre il 5%, ai massimi dal 2007.
Warsh ha gestito il rapporto con Trump in modo diverso rispetto al suo predecessore, Jerome Powell, finito per ritorsione sotto indagine - e poi scagionato - per i mega lavori di ristrutturazione e ampliamento della sede della Fed a Washington. Un mese fa, la probabilità di rialzo dei tassi era solo del 36%, poiché il mercato si aspettava dati sull'inflazione contenuti e temeva la riluttanza di Warsh a impegnare la Fed in una politica monetaria restrittiva. Tuttavia, le dichiarazioni di Warsh durante il simposio annuale di agosto della Fed a Jackson Hole, nel Wyoming, hanno iniziato a cambiare gli scenari. Una nuova serie di dati scoraggianti sull'inflazione (+3,4% i prezzi al consumo e più del 5% quelli della produzione di agosto), unita al mercato del lavoro «considerabile in piena occupazione», secondo la sua definizione. Anche la risalita dei prezzi del greggio sopra i 100 dollari al barile, ha aumentato la pressione sulla Fed per un rialzo dei tassi.
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