EssiLux i record non bastano, il titolo paga le incognite

I conti volano ma pesano la concorrenza, le accuse sulla privacy e la crisi di Delfin. Nel primo semestre ricavi in crescita del 15%, grazie anche al sostegno del network di negozi

Roberta Paolini
Lo stabilimento Luxottica di Agordo
Lo stabilimento Luxottica di Agordo

Un gruppo strutturalmente formidabile, con un nocchiero e un top management di rango intrappolato in una convergenza di turbolenze esogene.

Come nel film The Perfect Storm così il 2026 si sta delineando come uno degli snodi più complessi e paradossali nella storia aziendale e finanziaria di EssiLux.

Il gruppo che ha basi finanziaria solide e capacità di reazione poderose, non ha atteso.

E di fronte al calo del titolo che lo stringe da mesi ha avviato un buyback fino a 5 milioni di azioni, oltre 800 milioni di euro, che ieri ha spinto il titolo al +3,95% a Parigi.

Il rimbalzo segnala fiducia, certo, e tecnicamente il riacquisto è la tattica più rapida per remunerare gli azionisti, i titoli si apprezzano immediatamente perché inglobano più valore.

Ma i dubbi del mercato restano.

E sulla bilancia le componenti esogene sono quelle che incidono maggiormente.

Essilux ha premuto sull’acceleratore in questi anni, trasformandosi, con una velocità e una capacità di esecuzione strategica non banale, da leader mondiale dell’occhialeria a piattaforma globale tra medicina preventiva e tecnologia indossabile.

La Borsa, al contrario, complice anche la crisi del lusso l’ha punita con una violenza che i risultati non spiegano: il titolo ha perso circa il 40%, dai 323,80 euro dei massimi a poco più di 160, bruciando quasi 75 miliardi di capitalizzazione.

È questa la frattura da cui partire.

Ricavi, margini e cassa continuano a crescere, il modello industriale è unico, il mix dei ricavi protegge da un settore ad alta volatilità come il lusso, ma il mercato ha smesso di pagare la promessa costruita da Francesco Milleri e ora ne misura i rischi.

Il divario sta tutto nei numeri: nei primi sei mesi i ricavi sono saliti a 14,81 miliardi, il 9,7% in più a cambi costanti.

L’utile operativo rettificato è cresciuto del 15%, a 2,75 miliardi, con un margine passato dal 18,1 al 18,6% e arrivato al 18,9% senza l’effetto delle valute.

L’utile netto rettificato ha raggiunto 1,92 miliardi e il flusso di cassa disponibile 1,06 miliardi, il massimo degli ultimi cinque anni.

Non sono le cifre di un gruppo in affanno.

Ma il mercato chiede una prova più difficile: che la crescita comprata e finanziata negli ultimi anni produca rendimenti all’altezza delle attese.

Il primo avvertimento è arrivato con il secondo trimestre. I 7,69 miliardi di ricavi, in aumento dell’8,7% a cambi costanti, sono rimasti appena sotto il consenso.

Uno scarto modesto per un’azienda tradizionale, non per una società che ai massimi valeva quasi 150 miliardi e prometteva di diventare insieme il leader della vista, una piattaforma med-tech e il produttore dell’interfaccia digitale chiamata da Meta a contendere spazio allo smartphone.

Addio premio del lusso

Fino al 2025 il mercato pagava Essilux come un titolo del lusso e insieme come una società tecnologica, riconoscendole un premio sulla crescita futura.

Ora quel premio è evaporato, il rapporto prezzo-utili atteso si è compresso verso 30 volte: non è una valutazione bassa in assoluto, ma è lontana dai multipli che avevano accompagnato la corsa.

Più che una bocciatura, è un declassamento della storia fin qui raccontata.

Con un caveat: la Borsa sta punendo più del dovuto una somma di incertezze che non hanno alcuna realtà in una macchina industriale che non si è mai fermata.

Basta guardare al primo semestre, l’ennesimo record, con tutte le geografie in positivo.

L’Asia-Pacifico è cresciuta nel trimestre del 17%, l’Emea dell’8%, il Nord America del 7,2%, l’America Latina del 6,7%.

Le vendite comparabili nei negozi sono aumentate dell’8%, più del wholesale.

Il vantaggio di Essilux resta una rete di quasi 20 mila punti vendita e 300 mila professionisti della vista: una potenza distributiva che Milleri vuole trasformare in infrastruttura sanitaria e commerciale.

La parte più solida della metamorfosi è il med-tech.

Le lenti Stellest contro la progressione della miopia infantile hanno spinto il portafoglio dedicato del 24%.

Con l’80% di Heidelberg Engineering, EssilorLuxottica è entrata nell’imaging retinico e nella diagnostica precoce; con Nuance Audio ha portato nelle montature una soluzione contro l’ipoacusia.

Il disegno è fare dell’occhio una porta d’accesso alla medicina preventiva e della rete retail un presidio in cui diagnosi e vendita si alimentano a vicenda, fuori dai cicli della moda.

La parte più spettacolare, ma più rischiosa, sono gli smart glasses.

Nel trimestre i ricavi degli occhiali con intelligenza artificiale sviluppati con Meta sono quasi raddoppiati. Nel 2025 Ray-Ban e Oakley Meta avevano superato insieme 7 milioni di pezzi.

Meta dovrebbe avere almeno il 3% di EssiLux. Zuckerberg ha bisogno dei marchi, dei brevetti e della capacità di rendere indossabile la tecnologia senza trasformarla in un visore. Essilux ha bisogno del software di Meta per spostare gli occhiali da accessorio a piattaforma.

Il muro francese

L’alleanza ha già cambiato la fabbrica: ad Agordo sta per partire la produzione italiana dei dispositivi indossabili e l’accordo con Applied Materials punta ai sistemi ottici per la realtà aumentata.

Ma è cambiato anche il rischio.

Gli smart glasses hanno redditività iniziale inferiore alle lenti e impongono i cicli dell’elettronica. Apple, Google e Samsung preparano l’ingresso con sistemi operativi, dati, applicazioni e bilanci da centinaia di miliardi.

Poi c’è la privacy, rischio che il mercato trattava come teorico.

Il 12 agosto HateAid ha denunciato Meta, alcuni brand di EssiLux e alcuni rivenditori: i Ray-Ban Meta, dice, possono filmare senza farsi notare.

La procura di Francoforte valuterà se aprire un’indagine.

Nessun divieto è stato disposto e per l’autorità federale gli smart glasses sono ammessi se la registrazione è visibile.

Ma il led sulle montature può diventare il confine fra l’adozione di massa e il rigetto di un prodotto percepito come strumento di sorveglianza.

Su queste incertezze si è innestata la frattura al piano di sopra: la litigiosità della famiglia Del Vecchio sta facendo male.

Dal 31 agosto Leonardo Maria Del Vecchio lascerà la presidenza di Ray-Ban e l’incarico di chief strategy officer.

Le dimissioni seguono quelle del fratello Rocco Basilico.

Nessun erede resterà operativo nell’azienda fondata da Leonardo Del Vecchio, il quale, per altro, preferiva tenere lontano la famiglia dalla gestione.

Delfin, quando era lui in vita, era garanzia di stabilità, oggi è letta come fonte di attrito.

E tutto ciò mentre Essilux si misura con dei colossi come Apple e Google, che capitalizzano come il Pil di un paese europeo.

Il crollo del titolo riapre anche il tema della contendibilità.

A prezzi dimezzati il gruppo può accendere gli appetiti di un colosso tecnologico o finanziario, fino all’ipotesi di una scalata.

Ma fra interesse e conquista c’è un fossato.

Delfin presidia il 32,4% e in Francia, oltre il 30%, scatta l’obbligo di offerta sul resto del capitale: senza l’assenso della holding, un compratore dovrebbe mobilitare decine di miliardi contro un azionista di blocco.

EssilorLuxottica è inoltre una società di diritto francese.

Se l’attaccante fosse extraeuropeo, Parigi potrebbe vagliare l’operazione sugli investimenti esteri, tanto più per attività ormai estese a diagnostica, intelligenza artificiale e tecnologie sensibili. Il prezzo più basso alimenta gli appetiti ma Delfin e il diritto francese possono alzare il ponte levatoio.

La sfida di Milleri

Il consenso degli analisti indica ancora «buy» e un obiettivo medio di 243,30 euro, oltre il 50% sopra le quotazioni.

Quella distanza è la misura della scommessa.

Per recuperarla non basterà vendere più occhiali.

La risposta arriverà dai conti, da Agordo e dalla capacità di Milleri di tenere insieme le fabbriche e i marchi di Luxottica, le lenti di Essilor e una piattaforma tecnologica che deve ancora dimostrare quanto vale, la holding e una famiglia che custodisce l'equilibrio e la forza di un impero costruito più di sessant'anni fa da un uomo. Visionario.

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