Delfin, la partita degli eredi. Ma il vero timore è l’effetto domino

Luca e Paola Del Vecchio cercano l’uscita dalla holding. Una reazione a catena cambierebbe natura alla cassaforte

Roberta Paolini

Le incognite vengono prima delle mosse finanziarie. Perché nella partita per la pacificazione di Delfin – la holding lussemburghese che custodisce l’impero costruito da Leonardo Del Vecchio – il vero interrogativo non è tanto se Leonardo Maria, quartogenito del geniale fondatore di Luxottica, riuscirà a comprare le quote dei fratelli, quanto cosa accadrà se qualcuno comincerà davvero a uscire dalla cassaforte di famiglia.

L’ipotesi sul tavolo è nota: Luca e Paola Del Vecchio stanno cercando da tempo una via per monetizzare la propria partecipazione del 12,5% ciascuno. Nel Granducato il contesto normativo impedisce vincoli perpetui all’uscita da una compagine societaria: ovvero il giudice a cui si sono rivolti i due potrebbe dare il nulla osta al recesso. Se l’uscita dovesse concretizzarsi, però, potrebbe innescare una dinamica più ampia. In molte holding familiari, quando un socio apre la porta, altri iniziano a chiedersi se non sia il momento di fare lo stesso.

E qui si gioca la vera posta in gioco. Perché se l’uscita di due fratelli può essere gestita finanziariamente, non senza difficoltà per giunta considerando le cifre astronomiche in campo (verosimilmente tra i 9 e i 14 miliardi di euro), una possibile reazione a catena cambierebbe completamente la natura della cassaforte: da azionista stabile di lungo periodo a semplice veicolo di dismissione patrimoniale.

È in questo contesto che si inserisce la mossa di Leonardo Maria Del Vecchio. L’erede trentenne ha scelto un palcoscenico internazionale – le colonne del Financial Times – per dichiarare di essere pronto a rilevare le quote dei fratelli. Non una semplice dichiarazione di intenti, ma l’indicazione di una strategia precisa: diventare il principale azionista di Delfin e stabilizzare la governance della holding.

«Siamo vicini a concordare un prezzo», ha spiegato. «Sono disposto ad acquistare le loro quote per diventare il principale azionista di Delfin, chiudere le questioni ancora aperte sull’eredità di mio padre ed eseguire la sua volontà».

L’operazione riguarderebbe il 25% complessivo della holding – il 12,5% di Luca e il 12,5% di Paola – che porterebbe la partecipazione di Leonardo Maria al 37,5%. Una quota che lo renderebbe di fatto il socio di riferimento. Ma anche se l’operazione dovesse andare in porto, non cambierebbe un dato fondamentale: lo statuto della holding rende estremamente difficile esercitare un controllo dominante.

Molte decisioni strategiche richiedono il consenso di sei degli otto azionisti, se non l’unanimità. In altre parole, anche con il 37,5% del capitale nessuno può governare da solo. Nemmeno considerando la quota del 12,5% detenuta dalla madre Nicoletta Zampillo, che in prospettiva potrebbe rafforzare ulteriormente la posizione di Leonardo Maria.

La cassaforte resta dunque blindata: nessuno può avere il predominio, ma tutti hanno il potere di bloccare.

La struttura riflette la volontà del fondatore. Leonardo Del Vecchio aveva diviso la proprietà tra i figli e la vedova proprio per evitare concentrazioni e conflitti. Il risultato, però, è stato un sistema che richiede un alto grado di consenso per funzionare.

Nel frattempo la gestione industriale dell’impero è stabile nelle mani di Francesco Milleri, guida sia di Delfin sia di EssilorLuxottica e figura indicata dal fondatore come garante della continuità strategica.

È proprio attorno alla sua gestione che Leonardo Maria ha costruito la propria narrativa: preservare l’unità della holding per sostenere il gruppo industriale. Il punto centrale resta però quello iniziale. Se alcuni eredi dovessero uscire dalla holding, la domanda diventerebbe inevitabile anche per gli altri: restare azionisti di lungo periodo o trasformare la partecipazione in liquidità.

La differenza non è solo patrimoniale. Un conto è possedere quote finanziarie in società come Generali o Monte dei Paschi di Siena; un altro è essere l’azionista di riferimento di EssilorLuxottica, il leader mondiale degli occhiali. È questo il vero valore di Delfin.

Per questo, nelle grandi holding familiari, a un certo punto i soci devono inevitabilmente coagularsi attorno a una leadership. Non necessariamente un controllo assoluto, ma almeno una direzione condivisa.

La mossa di Leonardo Maria Del Vecchio va letta in questa chiave. Non solo un tentativo di aumentare il proprio peso azionario, ma la ricerca di una sintesi che finora è mancata.

Perché la vera alternativa, se la logica dell’uscita dovesse prevalere, sarebbe la progressiva dissoluzione della cassaforte familiare. E con essa il rischio di perdere ciò che lo stesso Leonardo Maria ha definito – non senza enfasi – il vero gioiello della corona: EssiLux.

Riproduzione riservata © il Nord Est